Cristiano Sias

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Cristiano Sias

Cristiano Sias, nato a Ghilarza (OR) nel 1954, studioso, artista e imprenditore polivalente, net-writer, webmaster,  esperto informatico e comunicatore, critico letterario, poeta e scrittore, è noto per il suo isolamento in contrasto con gli ambienti culturali e politici contemporanei. Visse a Sassari e Cagliari, poi a Genova, Torino, Roma e ancora a Torino. Dopo una lunga permanenza in Francia, accanto a quel mare che lo accompagna sovente nella sua poesia, si trasferisce in Liguria e quindi sull’appennino ligure-piemontese. Qui ritrova il legame affettivo con la terra d'origine e prende coscienza della sua poetica. La sua poesia armonizza il passato e il futuro con le esperienze vissute, senza mai smettere di comunicare la semplicità e l'ironia della quotidiana ricerca del meglio. Ha partecipato e fatto il presidente di giuria in numerosi concorsi di poesia, readings e spettacoli in Italia e all’estero, da cui ha ricevuto importanti riconoscimenti. Ha pubblicato con pseudonimo “Se Es” la raccolta "La nostra spiaggia" (2002 - L'Autore Libri), “Bianca e Nero” (2003 - Penna d’autore), “Sogni Reali” (2004 - Aletti Editore).  Dal 2005 scrive con il proprio nome e si dedica allo studio e la ricerca, completando successivamente le raccolte “Pesi Sospesi”, e “Le più belle poesie d’Amore” - 2016 Luzi Edizioni. Nel 2019 completa la versione bilingue sardo-italiano del poema epico “Paris et Vienna” del 1896 di Francesco Sias e successivamente il romanzo “Paris e Vienna” 2020 L’Inedito letterario.

DAL PRIMO CAPITOLO di “Paris e Vienna”

La basilica di S. Maurizio si erge imponente e mite all’interno delle grandi mura, non abbastanza alte da impedire alle acque del Rodano di donare riflessi di luce sulle ampie vetrate e i tre grandi portali.  Come adagiata a protezione della piazza, pare un leone vigile che sorveglia le case sottostanti e la città, con le sue mezze torri, zampe piegate pronte a sollevarsi in sua difesa, e i sessanta capitelli, vibranti angeli d’arte a sostenerla. Nel punto più vicino, il fiume curva in una ampia ansa, per poi ridistendersi in direzione della costa, quasi a dare un’ulteriore sicurezza e respiro alla vallata e le abitazioni.

Altre mura, ancora più maestose, con un arco gigantesco senza porte, protetto soltanto da due guardie, circondano un immenso parco di sorprendente vegetazione e bellezza; la strada costeggiata da fiori d’ogni tipo, con alti pioppi e roveri, conduce diligente e solenne al Palazzo Reale.

In quell’alba serena, all’inizio del XIII secolo, la città di Vienna si offre con una tranquillità inusuale allo sguardo dei viandanti e degli stessi operosi cittadini, come una comunità o una festa che si prepara a scuotersi, ravvivarsi e accompagnarci nel risveglio e nel nostro cammino.

Qualcosa sta per accadere.

O nobile Venere, Dea dell’Amore, figlia del mare, assisti questo racconto nei suoi pericoli, e non abbandonarmi se mi mancano le parole, perché mille e mille non basteranno per scrivere della dolcezza e il pianto di Paris e Vienna e del loro amore, affinché possa raccontare la loro storia con semplicità e onore.

In quest’epoca, in cui il giovane Luigi IX si appresta a sedersi sul potente trono di Francia, per essere in breve amato e stimato dal suo popolo come persona santa e valorosa, un suo parente governa da tempo, con pazienza e saggezza, la città di Vienna, bella e ricca senza uguali.

Goffredo è il nome di questo reale. Dotato di virtù e sapienza, benevolo, gioviale con tutti, è un uomo amabile e saggio. Dice la gente che non ci sia in Francia un Principe migliore.

Essendo un uomo esperto, buono e giusto, è spesso convocato dal Re a Parigi e senza il suo parere quasi nulla fa la Corona.

Re Goffredo ha una giovine moglie, molto amata, unica figlia del Conte di Fiandra, attraente, gentile, di ottima educazione e sani costumi. La sua grazia elegante desta meraviglia in tutti, il suo viso è sempre illuminato di gioia, ed è un vero piacere guardarla. Tra le donne più belle del suo regno, lei ha grande pregio e vanto. Il suo nome è Diana.

(Continua – dal romanzo “Paris e Vienna”)

 

IL SOGGETTO DELLA COPERTINA

Rivisitazione di Miriam Prato “incis. Papia Cisalpina Galliae Civitas sec XVI”

Rivisitazione di Miriam Prato “incis. Papia Cisalpina Galliae Civitas sec XVI”

 

AMAMI ADESSO

Come potrai amarmi un giorno

se il giorno non arriva mai?

Amami adesso.

In questa spiaggia di montagna.

In questo sberleffo di tramontana

finché non riuscirà la notte

a privarti del mio sguardo:

sarà carezza di luce di luna

quando cadranno le foglie ridendo

alla certezza vana delle nostre mani.

Secche, come l’aria che respirerai.

Come potrai lasciarmi un giorno

se il giorno non arriva mai?

Amami lo stesso.

Su questa neve di mare.

Sotto lo scafo immaginario

finché non coprirà l’onda

l’amplesso puntuale come un ritardo:

folle espressionismo istantaneo

sfatto di realtà quotidiane

coperta di lana dei miei domani.

Corta, come il tempo che sta fuggendo.

Amami adesso.

Mentre mi sto spegnendo.

Stringendo quello che rimane

di magico

del mio fondo oceanico.

L’ASSOLUTO

La verità arrivava sempre da est

dopo l’annuncio del tenue chiarore

che nel rispetto inchinava ogni suono.

Ma nell’attesa di quel dolce inganno

del silenzio a sfumare su crescenti

cime e pietose ugge celanti il sud

e il fiato della notte, dove ancor

mi nascondo, esibendosi ombre ignare

dell’empietà del mio sguardo, là dove

il pensier m’è più caro, io mi fermo.

E come vera amicizia conforta

così ogni dubbio coloro, e accostando

intorno il bello e i confusi ricordi,

e il lento spegnersi, e l’amor diviso

e l’attesa di te, i passi riprendo,

uno a uno, lieti d’essere ciascuno

la meta, grato a ogni alito di vento.

SASSI

Registravo

il rumore delle mie palpebre

quando ti guardavo

pesavo

il pensiero di te

prima di addormentarmi

misuravo

la distanza fra i nostri corpi

mentre ci amavamo

stringevo nel pugno

l’atmosfera di ogni nostro incontro.

A chi mi diceva

che le palpebre non fanno rumore

che un pensiero non si può pesare

che la distanza è zero

e l’atmosfera in un pugno

è un nulla fugace

rispondevo:

di questo nulla

io vivo.

Ora che non ci sei più

che la vita è di nuovo mia

ho tutto quello che voglio

anche i sassi che raccolgo

sulla spiaggia dove ci siamo incontrati.

A chi mi dice

che sono fortunato

perché ho tutto

anche una bella collezione di sassi

rispondo:

di questo tutto

io sto morendo.

IL GUARDIANO DELLE PAROLE

Il Guardiano delle Parole cammina in una strada bianca e silenziosa.

Così angusta e distesa sui colli, si offre serena al sole del mattino. La discesa è ruvida e discreta, impennandosi un poco e scomparendo più avanti in un bosco scuro, turbata appena da pani di pietra gialla e ciuffi d’erba talmente verdi da sembrare finti.

I suoi passi non fanno rumore.

Visto da vicino il bosco è ancora più grande e cupo. A valle si intravede la pianura separata da file di cespugli e dai sassi dei muretti. Né una casa, né un traliccio a ricordare la presenza dell’uomo. Anche i muretti sembrano il disegno di un poeta-pittore e neanche sforzandosi si riesce a immaginare altro che quella strada tortuosa in questo luogo senza tempo.

Forse è sempre esistita così, come un respiro fra salici e rododendri, un pigro sorriso che invita il viandante ad andare fino alla prima curva, poi ancora fino alla successiva. Ogni curva è un allegro attimo di vento che sospinge e va via, invitandoti a seguirlo. Se non si scorgesse il mare lontano si potrebbe pensare che la strada non finisca mai.

Al di là del bosco, lo sguardo si allarga su una distesa verde macchiata di parole nuove come fiori cangianti e parole vecchie dall’alto e rugoso fusto.

Lui ama camminare in questo tiepido miscuglio di colori e sensazioni. Anche i pensieri gli vengono alla mente come quelle figure dei libri di scuola con i contorni marcati e pronte per essere colorate.

Procede senza fermarsi, senza mai distogliere lo sguardo da quelle tinte magiche. La campagna gli restituisce grata immagini di una bellezza lieve contornata da un cielo azzurro e violento. Le nuvole scaturiscono dalla polvere bianca, fra i papaveri accesi dal sole come esseri mutanti fra sangue e amore.

E’ ora di rientrare. Al ritorno i prati sembrano altri prati e la luce del sole è più sapiente. I suoi passi sono più lenti, quasi a prolungare al massimo il piacere come un amante raffinato.

Ama questi luoghi, un giorno anche lui andrà fino a quell’ultima curva e si siederà sulla spiaggia.

Ma il mare è ancora troppo lontano, il ladro potrebbe essere nascosto dietro ogni pietra, ogni cespuglio.

Il Guardiano si scuote, apre la sua sacca consumata e comincia a seminare come ogni giorno il suo centinaio di parole: sa bene che il ladro è sempre in agguato e lui deve sorvegliare attentamente.

Egli agirà rapido e silenzioso, non potrà portarne via più di qualcuna, forse una decina, nel suo piccolo cestino. Il peso ne potrebbe rallentare la fuga.

Il ladro di parole è un grande stratega, un vero comunicativo. Le porterà nel suo appartamento inaccessibile, esponendone solo alcune dal suo balconcino affinché tutti possano ammirarle, invidiarle, imitarle. Quelle due o tre basteranno per i suoi contatti col mondo, per la conoscenza e il controllo delle sensazioni degli altri.

Come ogni giorno, il tempo sembra fermarsi, gli uccelli si posano e un fremito leggero percorre il prato. In quell’incanto l’attesa viene premiata e la voce del Guardiano risuona nella valle, la sola eco a farle compagnia. La solita canzone, ogni giorno…sempre la stessa:

Parole / figlie di fantasia / acerbe sempre in piedi / amiche ignote che sfuggite di mano / profane che partorisco in fretta / all’alba rossa sempre mi deludete / oscure di pace e cultura / parole di troppo senza sesso / meditate e feconde / colte in un vicolo / disperse nell’aria / per un sorriso o un respiro / un’idea o un amore.

Parole amate ditemi: qual’è il paradosso del nostro tempo?

In coro si leva la risposta: nel silenzio…ci salveremo.