Fabio Martini

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"I poeti, gli scrittori, gli intellettuali, cioè coloro che con la penna in mano hanno un'arma da brandire contro tutte le angherie sottese, sono tenuti a fare argine, metterci la faccia in prima persona ed essere presenti e non assenti asserviti o spaesati dietro le farfalle dell'amore, del cuore e dei fiori, ma presenti. Ed anche protervi - se necessario - e combattivi. Di una responsabilità oltremodo, contro tutto ciò che offende profondamente l'animo umano collettivo." (f.m.)

Fabio Martini

Fabio Martini, poeta e narratore in rete. Fondatore del gruppo "L'Inedito Letterario" dal 2009. Ideatore del marchio editoriale "L'Inedito" e di tutte le collane pubblicate. Fondatore de "L'Associazione Culturale L'Inedito" nel 2017. Editor, scout letterario e collaboratore di alcuni giornali e riviste, nato a Genova nel '59. Appassionato partecipe della vita intellettuale sul web nel quale cura svariate attività culturali. Vive tra Abruzzo e Spagna, dove cura altressì interessi di lavoro e personali dedicandosi sempre alla scrittura. Nella sua attività letteraria in cartaceo, La silloge poetica "Una prosa in versi" (in Self) 2010; il romanzo "I gradini del tempo" (Ed. Cassandra) 2013; il romanzo "La casa senza fondamenta" (Ed. Epigrafia) 2017; l'antologia poetica "Terre di confine" - 45 anni di poesie - (Ed. L'Inedito) 2019; il romanzo "La basilica in riva al mare" Ed. L'Inedito) 2020, presente al 58° premio Campiello. Sta lavorando ad una raccolta di racconti in uscita per fine 2020. "Vivo la mia vita tra Genova e Madrid per affetti. Molto spesso nei miei versi vi sono richiami alla cultura spagnola ed al mondo latino tutto, in una forma quasi automatica. La ricchezza di una persona sta nelle esperienze accumulate e nel sistema di redistribuirle. Io cerco di farlo attraverso la scrittura ed un mio pensiero analitico".

LA BASILICA IN RIVA AL MARE, commento al Romanzo di Maria Pellino

Il romanzo “La basilica il riva al mare” di Fabio Martini è una storia avvincente, uno straordinario tracciato di vita reale e surreale che vuole delineare che ruolo hanno la cultura,  i legami, i veri valori nella concretezza  del tessuto sociale, soprattutto  quanto coltivare la conoscenza in virtù della  propria dignità possa stravolgere ogni identificazione del sé.

L’autore attinge al proprio bagaglio culturale e personale con forte incisione del suo punto di vista che si evince dalla narrazione, ovvero l’importanza dello studio, della ricerca e della cultura. Tutto questo non è  frutto di spontaneità,  ma di un  meticoloso percorso lungo una vita e che riguarda anche la metaesistenza, quella che si innesta oltre la realtà, visibile a chi si inoltra in mondi non comuni, mondi che solo uno sguardo di pura profondità  può svelare.

Il racconto si dipana su un suolo reale con la meticolosa narrazione di luoghi vissuti e di personaggi calati nella quotidianità di una vecchia città come Genova. L’ambientazione rivela la descrizione  effettiva di una verve sociale che vede tramontare lo stimolo al pensare critico e alla stessa capacità di  leggere o  scrivere. Si pensi ai protagonisti del romanzo, lo scrittore, il maestro e il barbone che vive sulle scale della basilica, essi hanno il dono di vedere una nave che nessun altro vede. La cultura, la verità è  prerogativa di pochi eletti, di chi  riesce ad andare oltre le proprie chiusure mentali, chi ricerca e pensa può svelare misteri non comprensibili ad occhio nudo.

Il romanzo di Fabio è  una perla, in quanto con un linguaggio apparentemente bonario, pungola al risveglio del pensiero, dell’indagare, dell’apertura a dimensioni molteplici,  anche surreali, ma capaci di traghettare  in un mare che deve rimanere aperto.

Coloro che riescono, come il barbone, a comprendere troppo e  forse a dare risposte, insolute altrimenti,  non devono essere lasciati ai margini né della società né della ragione. Un grande monito Fabio Martini!

LA BASILICA IN RIVA AL MARE, commento al Romanzo di Stefania Balsamo

Su un nucleo di verità intime e personali, legate al proprio vissuto, a partire dalla propria infanzia, la fantasia dell’autore ha saputo imbastire un racconto fantastico dal sapore nostalgico, delicato, suggestivo e romantico.

Le descrizioni particolareggiate di luoghi e personaggi, danno la misura della sua grande abilità.
Anche l’ambientazione, prima ancora che un luogo reale, quello della propria città natale, è il luogo incantato e trasognato dei ricordi, in cui, l’autore accompagna delicatamente il lettore in punta di piedi, tenendolo per mano.

È un libro che si legge tutto d’un fiato, ma di quelli che si possono rileggere nel tempo, per coglierne ogni volta una nuova essenza.

Se devo dire la mia, sul filo conduttore, che accomuna i tre personaggi principali: lo scrittore e autore del romanzo, nonché prima voce narrante; il tetraplegico Scussel, il “maestro”, nonché mentore dell’autore che negli anni lo ha istruito nell’arte dello scrivere; infine, il mendicante Jean (seconda voce narrante) che vive sui gradini della Basilica (la chiesa di San Siro)… beh… il filo conduttore è per tutti, l’amore per i libri ed il sapere, ma anche l’amore per una città, Genova nelle sue molteplici sfaccettature e nel suo divenire nel corso dei secoli.

I tre sono anche accomunati da un potere straordinario, che riguarda la capacità di viaggiare in dimensioni diverse da quelle del reale, che se vogliamo è un po’ una capacità che potrebbe accomunare qualsiasi lettore, s’immerga nella lettura di un testo.

Le vite dei tre protagonisti sono destinate ad intrecciarsi, non fosse altro per il comune interesse per la lettura e la scrittura. Così, hanno sviluppato anche un’altra capacità fuori dal comune, che consente loro di vedere ciò che la maggior parte non vede: una nave bianca, ormeggiata nel porto.
Cos’è quella nave bianca come un foglio? Di primo acchito, ho pensato ne fosse la metafora.
In fondo, un foglio di carta bianco, per uno scrittore, non è forse come una nave pronta sempre a salpare verso destinazioni ignote e mossa dal guizzo della fantasia? E in quel guizzo è possibile l’incontro con personaggi straordinari d’altri tempi, con cui si può persino interloquire, interrogandoli, ma anche per svelare loro ciò che li attende. E per chi viene dal futuro, è facile indossare le vesti del profeta, conoscendo già il passato.

Altri due personaggi aiutano il protagonista-autore, nel coltivare la passione dello scrivere: la sensibile bibliotecaria Miriam, amica di famiglia e Isabel, moglie dell’autore, che con la propria pragmaticità gli fa da contraltare, in quella che è una coppia solida, in cui le diversità sono complementari.
L’autore verrà guidato, per tutto il racconto, dagli altri protagonisti, che pian piano lo aiuteranno nel disvelamento dei misteri che lo incuriosiscono; uno su tutti, proprio il mistero della nave e del suo significato recondito, che il lettore scoprirà a tempo debito.

In questo libro, ho colto il germoglio di quello che sin dal primo momento è stato nella mene dell’autore, tutto il progetto de L’Inedito letterario.

Dunque il significato del romanzo, va ben oltre quello del semplice racconto di fantasia.

 

LA BASILICA IN RIVA AL MARE, commento al Romanzo di Silvana Campese

“Tempo che, come avrete capito in questa storia, non ha alcun significato per uomini dotati di così straordinaria fantasia.” Questa la frase che conclude “La basilica in riva al mare” di Fabio Martini. E tuttavia, come lo stesso titolo suggerisce, il tempo ne è più che protagonista, palcoscenico e sfondo, ritmo e colonna portante. Vi si viaggia, si gioca con lui, lo si attraversa andando indietro e tornando avanti, sin dalle prime pagine.

E più che una ascesa sui suoi gradini, il viaggio è una esplorazione che avviene attraverso un labirinto a piani sfalsati di spazio/tempo/memoria. Di volta in volta caricandosi di tessere di un mosaico in costruzione.

Testo complesso, colto, che presuppone strumenti intellettivi e livelli culturali di un certo spessore, oltre che un buon allenamento e un notevole interesse ed entusiasmo per il genere.

Anche se questo romanzo è in realtà piuttosto sui generis. Si discosta infatti e non poco, da ciò che normalmente sono i romanzi e le produzioni di carattere squisitamente fantastico o comunque specificamente descrittive di esperienze quando non esperimenti di viaggio nel tempo. Dove un meccanismo narrativo spesso utilizzato, è quello di portare un personaggio in un particolare tempo a cui non appartiene per esplorarlo, soprattutto nel futuro, ma anche nel passato, magari per intervenire sì da modificarne gli esiti.

Tutto questo consente di sviluppare trame particolarmente elaborate e avvincenti, con elementi ricorsivi, possibilità di analizzare evoluzioni parallele di un evento e colpi di scena estremi, come la riapparizione di personaggi scomparsi.

Ma il romanzo del Martini nasce da input ed esigenze molto più profonde, di carattere filosofico, esistenziale, da cui la valenza ed il plusvalore di elementi – moltissimi – autobiografici. Si sviluppa poi mirando ad obiettivi ambiziosi e catartici, quasi viaggio di elevazione spirituale attraverso ascese nello spazio e nel tempo dell’anima e della psiche.

Il tema del viaggio nel tempo, grande sogno degli esseri umani e fonte di antichi miti e lontane leggende, negli ultimi secoli è esploso in letteratura dove è quasi sempre di per sé, al di là delle differenze, una vertigine mentale. Anche perché la narrazione nasce da un assunto fantastico o quanto meno, da un presupposto non realistico e risulta quindi particolarmente difficile, per chi scrive, calibrare la forte spinta della sua immaginazione con quello che dovrebbe sempre essere la caratteristica di una buona scrittura: servire da ponte empatico tra chi scrive e chi legge, collegando il pensiero, le emozioni e le sensazioni del primo, reali o immaginate, con quelli del secondo.

Ponte empatico che deve avere, evidentemente, come punto di partenza la fantasia, la capacità e l’ispirazione dell’uno, da cui si genera la creatura destinata ad arrivare all’altro. Ovvero al luogo dove sarà poi possibile accoglierla e farla propria, attraverso la personale immaginazione, interpretazione e rielaborazione. Nell’incipit del romanzo, incontriamo subito uno dei protagonisti, Scussel, che con la valigia accanto alla sedia a rotelle su cui l’inchioda da tempo la drammatica conseguenza di un grave incidente, racconta di sé allo scrittore, anch’egli protagonista e voce narrante, all’epoca ancora bambino.

Il ragazzino ha il privilegio di assistere alla straordinaria partenza dell’amico sessantenne per uno dei suoi viaggi attraverso una immagine in cui ci sia un consanguineo ma non lui stesso. Ci troviamo subito dinanzi a due dei molteplici paradossi che si incontrano durante la lettura del libro: il viaggio attraverso le immagini e l’abbandono della sedia a rotelle che non può viaggiare con lui, mentre nella dimensione spazio/temporale in cui si ritrova, sta in piedi e cammina. Ci inoltriamo quindi da lettori/viaggiatori, insieme al protagonista che narra, nella dimensione fantasmagorica del romanzo dove incontreremo Jean, altro viaggiatore nel tempo e con lui, visiteremo epoche passate con i loro personaggi storici o di fantasia ed i loro luoghi, più o meno ancora esistenti ma in contesti spazio/temporali di antica memoria.

Il romanzo è un’opera complessa e Fabio Martini uno scrittore che, per dirla alla Calvino, dimostra in questa prova così impegnativa, cosa è ciascuno di noi e fino a qual segno: “Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, ove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Così affermava il nostro Italo alla fine delle Lezioni romane.

Infatti, durante la lettura mi resi subito conto che questo romanzo è un labirinto del tempo e della memoria del tempo, un percorso per enigmi, per colpi di scena, un viaggio da parte del lettore che avrebbe potuto essere una vera gimkana mentale, una gran sfacchinata fino a sfiancarlo, con i suoi salti nello spazio, dalla fantasia alla realtà, dal sogno alla veglia ed al reale, se… se la penna sagace ed esperta dello scrittore non lo accompagnasse quasi per mano, pagina dopo pagina mentre il grande talento narrativo bada con sapienza alla tessitura.

Scrittura e tessitura che ottimamente contengono senza reprimerla, la forza prorompente e carismatica dell’autore. Molte le tematiche di fondo, impossibile sintetizzarle senza ridurne la portata. Numerosi anche i coprotagonisti tra cui Genova, la marineria… buona lettura…

 

LA BASILICA IN RIVA AL MARE, intervista all’autore

Il tuo ultimo romanzo che esce con la Casa Editrice L’Inedito, come germoglia e perché? 

E’ una immersione totale in un mondo fantastico. Per tutta la durata del romanzo alcuni personaggi in uno spazio temporale quasi etereo, scrivono e parlano di sogni, fantasia, cultura e storia. Genova, imperturbabile come sempre, posata lì come uno scoglio sul mare. Il romanzo è composto da tre nuclei narrativi: il primo con una matrice fortemente introspettiva introduce i tre protagonisti sino a tutto il sesto capitolo. Un secondo nucleo centrale molto didascalico nomencla la storia in un susseguirsi di avvenimenti senza un apparente nesso ma onestamente doveroso. Ed infine dal decimo capitolo in poi il romanzo si snellisce, si connota, e diventa veloce e scorrevole.

I protagonisti del romanzo sono tre: L’uomo sulla sedia a rotelle, il clochard, il narratore. Quando c’è di te in loro e quanto di loro in te.

Tre personaggi si spartiscono il corso degli avvenimenti sovrapponendosi l’un l’altro: un anziano signore erudito e saggio che vive la sua vita su una sedia a rotelle circondato da una moltitudine di libri. Un clochard anch’esso quanto mai improbabile, romantico curioso e colto. Ed uno scrittore che racconta la sua vita, prima di bimbo e poi di contemporaneo agli avvenimenti. Il primo viaggia nelle fotografie dove vi sia un’immagine evocativa legata ai propri intimi affetti e nel caso specifico l’amore per la moglie morta prematuramente in un incidente stradale; quello stesso incidente che avrebbe portato lui sulla sedia a rotelle. Il suo viaggiare in quelle immagini dove lei sia presente, apre la possibilità di estendere il personaggio verso l’oltremodo, verso la cultura e cioè: i libri. Unica soluzione alle domande filosofiche che attraverso l’elaborazione intellettuale, permeano tutto il romanzo  quasi a preservarlo da qualunque fattore inquinante che non resti mera condizione dialettica. Il secondo protagonista invece, viaggia nel tempo risvegliandosi sempre sui gradini del sagrato di una identica chiesa, quella di San Siro, tanto da diventare la sua unica e vera casa. Quelli che lui chiama in maniera ascetica: i gradini del tempo. Leit motiv di tutto il romanzo. Infine l’invece probabilissimo narratore, colui il quale lungo il romanzo raccoglie il filo della matassa sino a diventarne il demiurgo e poi: Isabel, Siro, Miriam, il sacrestano e Guglielmo un condottiero. La grande scusa di tutto questo che si chiama Genova. La sua storia di Repubblica marinara che la rende  protagonista di un medioevo di guerre crociate dove dai gradini di quella chiesa passò la storia del mediterraneo intero rendendo unico quell’ambiente.

I tre personaggi principali temo siano miei alter ego. L’uomo sulla sedia a rotelle, il clochard, il narratore, completano nel loro insieme il triangolo delle mie emozioni maturate nel mio mezzo secolo di vita. Oggi questo racconto lo sento come se fosse autobiografico. Ma autobiografico nelle aspettative, nelle speranze, nelle accettazioni e nei rimpianti riconoscibili nella casa del primo personaggio e nei libri che ne avvolgono quelle stanze, nella pulizia d’animo e nell’onestà intellettuale di tutto il contesto, e nella straordinaria vita tremebonda del barbone che ha il dono di essere un viaggiatore instancabile. Quindi il macigno storico di questa città della quale forse sono riuscito a coglierne la vera grandezza solo quando è cominciata a mancarmi. Ma anche i rimpianti: in quella nave dei sogni irrealizzati, in quel grande teatro che in qualche modo sta dentro al campanile mozzo e nella maestosità dell’immaginario collettivo che ad entrarvi parrebbe un incubo da lasciare senza fiato; oppure: un commovente sogno. Tanto è vero che quando qualcuno mi domanda che genere di romanzo sia questo “Gradini” di fatto non sappia mai rispondere precisamente e mi limiti a dire pieno di dubbi che forse è onirico.

Il tuo percorso d’Autore… Come e quando ha avuto inizio?

Scrivo da sempre. Da quando avevo diciassette anni e nasco come scrittore di versi. Per anni ho avuto occhi solo per la poesia e tuttora resta la mia casa d’infanzia. Una poesia da cantastorie, dove in pochi versi, un miscuglio tra prosa e poesia, si esprime un fatto o un sentimento o una profonda ruga di tristezza. Per me la poesia resta sempre l’angolo nel quale nascondermi per stare con me. Poi è arrivata la prosa. Prima con racconti brevi di fantasia, poi laboratorio di scrittura e ricerca, quindi due romanzi tra cui questo, e  un primissimo in e-book autoprodotto e un terzo in cantiere. E poi la rete. Nel ‘96 sono entrato nei primi spazi internet dedicati alla scrittura dove si imparava a confrontarsi con altri che tentavano anch’essi di farsi leggere. E attraverso la lettura degli altri e da parte di altri, ho capito che la rete era uno spazio straordinario e non l’ho più abbandonata. Oggi curo un gruppo su Fb “L’inedito Letterario”  e ho continui scambi di scritti. Un patrimonio quotidiano di piccola letteratura contemporanea.

Fabio, parlaci dei tuoi progetti per il futuro.

Oggi sto lavorando su un altro romanzo. Non sono uno scrittore particolarmente prolifico. Ho i miei tempi e in genere cerco di non inflazionarmi.

Siamo giunti al termine del nostro incontro Fabio, un onore e un piacere averti avuto con noi.

Invitiamo i nostri lettori a salire “La Basilica in Riva al Mare” immergendosi in una nuova e fantastica dimensione extratemporale. Certi che non rimarranno delusi.

 

LA BASILICA IN RIVA AL MARE, parte del primo capitolo

Stava seduto sulla sedia a rotelle. La valigia era appoggiata al fianco della ruota destra. Io alla sua sinistra, sul bordo di una vecchia panca di legno a due posti dei quali ne occupavo meno di uno, arricciavo i miei pensieri tra un ineluttabile punto interrogativo e una fiducia incondizionata verso il futuro.

Oltre la sua sagoma, v’era una larga e alta finestra a doppio battente dietro la cui vetusta trasparenza di antico vetro, tremolavano riflessi appena comprensibili di un mondo ove la natura era ancora indiscutibilmente padrona del suo destino e della sua primitiva esistenza.

Io a mia volta, protagonista e padrone del mio destino e sicuramente anch’io della mia primitiva esistenza, stavo immobile, inebriato dagli eventi, dolcemente affascinato da quella naturale affabulazione che impregnava come per incanto, l’aria di quella stanza.

Un’eccitazione quasi campale, al caldo di quella giornata estiva, scendeva dalla mia fronte in enormi e misericordiosi grani di sudore e pur non sapendo né immaginando come sarebbe andato a finire quel giorno, già lo intuivo come il più indimenticabile mattino della mia infanzia. Non mi sarei sbagliato. Tant’è, nessuno lo aveva mai visto partire per uno dei suoi misteriosi viaggi ed io, quasi per un gioco del destino, mi ritrovavo lì a salutarlo.

Lui, il mio maestro, neppure parlava. I suoi silenzi avevano la stessa profondità di uno stato d’animo straziato; ma chi aveva imparato a conoscerlo sapeva, che proprio in quei momenti, bisognava tender l’orecchio e pazientare. Eppure, quando si decideva a farlo, già dopo una manciata di parole pareva fiaccarsi dallo sforzo e rinunciarvi. Era troppo evidente ogni volta, quel suo sradicare pietre dal cuore. Radici aggrovigliate le sue, che sembravano un’espiazione, un fio, a salvar l’anima da un’ineluttabile sprofondo. Uguale identico ad una pietra che rotola insomma; un intero incubo dal quale diveniva a volte persino difficile svegliarsi. Così sempre più spesso risolveva il tutto facendo finta di nulla e così come niente, passava l’incanto, un po’ come era venuto.

Parlava di rado il mio maestro. Forse per una desuetudine colma di alchimie segrete appena sottese. Ma forse, anche perché, col passare del tempo, pochi ormai erano coloro che andavano a trovarlo e anche quelle visite, si erano via via diradate di pari passo ai suoi capelli.

Fu proprio in quell’istante che le sue labbra si scostarono e la sua voce potei udirla avvolgere ogni cosa. E Fu così, che tutto ebbe inizio.

Librò nell’aria quel richiamo, alzandosi come fumo e avvolgendo il tutto, spingendosi ovunque: sopra ogni libro come polvere, infilandosi tra molti di quei vecchi titoli Bodoni e planando poi, sui bordi gialli di tutte quelle vecchie pagine disuguali, raccolte dentro austere copertine, in un disordine colmo e denso a riempire quegli scaffali di legno a perdifiato e spersi per la stanza. Pareva quasi, per suo limitrofo esterno, che il tutto avvenisse tanto fuori, quanto dentro me. Quei libri avrebbero da quel giorno accarezzato il mio sognare abbacinato a quel vocìo iscritto, che per tutta la vita avrei inseguito poi, con passione mai doma.

Lui, gran vecchio lupo del mar dello scibile, uomo di una cultura irraggiungibile, sapeva benissimo in quale tempesta si trovasse la mia anima. Io invece stavo immobile nell’attesa di vederlo compiere ciò di cui mi aveva tante volte parlato, e le sue prime parole si mossero all’unisono.

“Le persone come me, costrette alla prigionia dalla loro stessa carne, non desiderano altro che allontanarsi di tanto in tanto dal proprio fardello”. Sempre più insistentemente si perdeva in quel discorso. All’inizio pensavo sognasse. D’altronde chi nei suoi panni, non avrebbe desiderato spingere quelle gambe inferme fuori da quelle sbarre e immaginarsi il mondo da una ben altra traiettoria? Ma stavo per scoprire che le sue non erano fantasie. “Ed è per questo che qui vicino a me ho sempre una valigia pronta”.

Non so come spiegare, ma quell’uomo era riuscito a scavare un buco nel muro della sua esistenza e quando ne sentiva il bisogno, da quella crepa, evadeva. “Potrei essere desiderato o desiderare quindi, e in qualunque istante, dover partire. È qualcosa che ha a che fare con l’amore credo. E non è forse l’amore di due amanti l’avventurarsi ognuno nel mondo dell’altro?

Ah, l’amore, ragazzo mio”.  Aggiungeva sempre enfasi. “Ma è meglio che impari queste cose di tuo conto”. Negò poi nell’aria con la mano chissà cosa. E riprese. “Non v’è libro, né maestro che possa dartene la benché minima idea. Sarà il tuo cuore stesso al momento giusto a farlo. A me, per ora, non resta che partire. Perché è come una voce. Come un canto di sirena che sale dal profondo; e può arrivare a qualsiasi ora del giorno o quand’è notte, che magari nel bel mezzo, me ne sto ammattito dalla noia a lustrare il soffitto con gli occhi; oppure una mattina che nulla capita. O un Natale in cui nessuno sa chi sei e il telefono non squilla e l’unica neve che cade è la polvere che ti porti addosso.  Può capitare in qualunque istante. Ed un momento dopo già devi partire”. Poi cambiò tono. “Tutto nella rassegnazione, di non vederla invecchiare insieme a me”.

Provai imbarazzo a domandare di chi stesse parlando, ma lui aveva orecchie solo per i suoi ricordi. “Quando sto con lei, io lì cammino e la tengo per mano. In ogni viaggio, in ogni luogo, quali che siano le circostanze, la mia mano si tiene alla sua e le mie gambe, fuori da questi tubi di ferro, non si stancherebbero mai di assecondarla”.

Ero stupefatto dal trasporto emotivo con cui raccontava quello che agli occhi di un estraneo potevano sembrare incubi messi assieme qua e là tra i cocci dei ricordi. Mai come allora mi sentii tanto in vena di credergli e tenevo le dita incrociate sperando che ciò che ascoltavo rispondesse al vero. Volevo ardentemente che fosse vero. Desideravo follemente che tra le verità che gli uomini hanno inseguito per millenni, almeno una di quelle si fosse incarnata nelle parole di quello stanco signore.

Poi rimase in silenzio e guardò nuovamente all’esterno oltre la finestra. Due uccellini saltellavano sopra i rami dell’albero nel giardino. “Come ospiti graditi”. Disse. “Queste foglie adagiate alleviano a volte i crampi della solitudine”.

Poi tornò il silenzio per alcuni secondi e istintivamente mi feci avanti. “Oggi partirà?” Egli con un lieve bisbiglio annuì. Poi chiesi se potevo restare anche dopo la sua partenza. Ed ancora una volta annuì. A quel punto rimasi fermo accontentandomi del nulla. Avrei atteso che gli avvenimenti avessero preso corpo e da quell’istante non proferii più parola alcuna e rimasi immobile in un turbinio di pensieri.

Credevo smarrirmi nel ginepraio delle domande che dentro me si intrecciavano senza alcun permesso. Ero bloccato da un’ingenua deferenza che oggi mi farebbe sorridere, ma sentivo d’essere come sulla soglia di un tempio primitivo le cui viscere celassero segreti tesori che la stupidità umana non aveva saputo cogliere per migliaia di anni. I miei occhi erano tirati. La gola inaridita. Le dita si infastidivano a vicenda. La mia anima se ne stava sulla riva di un mare candido di sogni ad aspettar piover stelle. Lo osservai concentrarsi.

Spostò lo sguardo fuori dalla finestra a raccoglier idee. Perché raccoglieva idee il mio maestro. Idee per far collane e rosari – che quel che aveva da dirmi non era cosa da maneggiar facile – e gli ci vollero minuti interi a riordinare i pensieri. Lunghe e silenziose eternità scandite dall’orologio a parete, ma che puntualmente mi ritrovavano lì.

“Quando ebbi l’incidente che mi costrinse per sempre a questa gabbia, non ero più molto giovane”. Parlava senza mai alzare gli occhi. A volte fissava con lo sguardo un punto imprecisato del pavimento lucido in graniglia. Fu il primo periodo, il peggiore della mia vita. In quell’incidente persi mia moglie e per tanto tempo mi sembrò ancora di vederla camminare in questa casa, indossando sempre lo stesso vestitino estivo. Mai sfiorita. Io invece non ho più un petalo addosso e quando la osservo in queste stanze, un po’ mi vergogno della mia rovina. Ma lei mi guarda sempre sorridente nella sua perenne gioventù.  Poi girò nuovamente lo sguardo verso la finestra. Ne percorse il paesaggio del porto e il mare ai bordi della città, appena sotto il cordolo del giardino e sembrava un gabbiano in volo quell’uomo, che ad ali stese, planasse per poi risalire al turbinio del vento. Perché lui narrava proprio come un volo d’uccelli sull’onda del mare, che va e viene nel suo incedere eterno.

“I primi tempi non riuscivo a farmene una ragione. Sentivo d’essere la causa di quella serie di sventure iniziate quel giorno che un’auto ci assalì improvvisamente dalla corsia opposta.  Fu un impatto violentissimo e l’ultima volta che vidi mia moglie giaceva sdraiata al mio fianco sul bordo della strada.  Non respirava più e il sangue le accarezzava il volto”.  Si fermò strozzato e attese alcuni secondi. “Anch’io stavo steso sull’asfalto, ma vivo. Le mie gambe parevano braci e nessuno al mondo le avrebbe più viste correre né camminare. Ma lei era immobile.  Alcuni uomini dal muso lungo, le stendevano un telo bianco sul corpo facendosi il segno della croce. Il suo viso, e i suoi occhi color del miele, sparirono così dal mio mondo e ci lasciammo senza esserci nemmeno salutati o raccontati quanto fosse brutto morire. Io rimasi lì, da quel momento solo, per sempre”. Si appartò nuovamente in uno dei suoi silenzi. Poi, per fortuna, riprese il racconto e il mio magone ebbe quel tanto che bastava per non capitolare.

Altri racconti: UNA STORIA STRAVAGANTE

Il mio nome è Pedro, Pablo, Ignacio, Rodrigo, Alemanno, Horacio, Alejandro, Zed, ma tutti mi conoscono come Zero o anche come Jim. Alcuni talvolta mi chiamano Franz… Figurarsi che a me non piace neppure essere chiamato.
La mia età dovrebbe essere intorno ai ventisette. Ho perso il conto sei mesi fa o due anni fa o giù di lì. Ma anche questo mi è impossibile ricordarlo. Poco male. Qui ad @city il tempo è sempre stato un optional. E poi sinceramente poco mi importa del tempo. Tanto quello viene e va come gli pare.
Se scrivo è perché ho appena finito di vivere una strana storia che in qualche modo è riuscita a cambiarmi la vita. Ma come poi sia cambiata ancora non l’ho capito.
Tutto cominciò un anno fa o forse due – ma anche questo non posso dirlo con certezza – ma quello di cui sono sicuro è che l’origine di tutto questo fu un giorno d’estate.
L’estate del cuor contento. Il mio. Una calda estate perduta. Un sorriso di sole mattutino. Un sogno ricorrente da farmi perdere la memoria ogni giorno di più.
Ma è per questo che ne voglio scrivere. Per non perdere ulteriori tasselli già spersi nel tempo e dai quali sempre vengo avvolto come in un aliseo costante che mi passa sopra senza neppure mai chiedere il permesso.
Vivevo in una baracca. Una vecchia baracca sulla spiaggia libera di @city insieme a zio Duke.
Avevo terminato la scuola superiore già da un bel po’ e trascorrevo le giornate ad inseguire le mie idee ed a cercare di dar loro una forma su carta, eternamente alla ricerca dell’Idea. La grande storia da raccontare. La mia storia. E questo avveniva tra mattino e pomeriggio. Fra una bibita ghiacciata ed un telefilm o un evento sportivo alla tv.
Poi alla sera puntualmente alle otto o forse alle dieci o anche alle dodici, abbandonavo le mie idee a rincorrersi e andavo a prendere servizio al cimitero di Juppiter Hill proprio ad un passo dalla spiaggia.
Qui prendevo il posto di zio Duke, guardiano diurno da oltre dieci anni in quel benedetto camposanto. E con un libro tra le mani e la mia scorta di origano nell’altra, trascorrevo tranquille serate in quel gabbiotto in compagnia di zanzare e spiriti vaganti.
Non era male come lavoro. C’era una gran pace in mezzo a quelle lapidi ed a quegli alberi secolari piantati lungo i viali lastricati che come in una scacchiera andavano ad incrociarsi formando un autentico labirinto. Mi sono sempre trovato bene in quel silenzio.
In quella solitudine popolata di spifferi e fuochi fatui. Lì, in fondo, non ero mai solo.
E poi i miei compiti erano abbastanza semplici. Oltre a fare qualche giro di perlustrazione lungo tutto il perimetro munito di torcia e crocifisso – su esplicito consiglio di zio Duke del quale oggi per certi versi ne capisco i motivi – innaffiavo le aiuole e spazzavo i viali con un lungo rastrello e risistemavo loculi e lapidi danneggiate dal tempo e dalla vetustà.
Sostituivo nel contempo qualche candela, mettevo l’acqua ai fiori, strappavo cespuglietti di gramigna che spuntavano ad ondate periodiche un po’ dovunque, ma soprattutto tenevo lontani quei pochi intrusi che ogni tanto si avventuravano scavalcando il muro di cinta per compiere i loro giochi di coraggio o riti ancestrali del cazzo.
In realtà questo non capitava molto spesso a Juppiter Hill. E i pochi che riuscii ad intercettare se la diedero a gambe non appena mi avvicinavo strascicando il grosso rastrello sul selciato e puntando su di loro la torcia.
E’ un peccato che…

Altri racconti: SEDUTO SUL BORDO DELLA SPIAGGIA DAVANTI AL MARE

Rivedo tutto a memoria da oltre il muretto, dal lato di guida, seduto in attesa al fianco di tristi parchimetri sotto a quell’infinita pioggia d’inverno che picchia insistente sul vetro.
Laggiù, nel bel mezzo della spiaggia, un tipo a ballare un passo appena accennato, appena fischiettato, magari Lagrimas de plastico azul che chissà ch’ero io già allora ad aspettarmi.
L’onda del mare lambisce ora lenta la riva. La distesa è una tavola piatta senza increspo alcuno e nulla che muova.
Comincia un nuovo mattino. Di nuovo parto lontano per un nuovo obbligato percorso pieno di speranze nemiche e poche le amiche. Come sempre a stento forse faticherò a riconoscerle tali.
La segretaria pare alterata mentre scende dall’auto sbattendo la portiera dell’auto color grigio. Gesticola ora e parla a voce alta cercando nella borsa qualcosa in fretta, mentre ora lenta raggiunge la sua auto pochi metri distante.
Si accendono le luci arancioni e si spengono nuovamente.
Il sole ormai è alto nel cielo sopra il mare e abbiamo appena cominciato il giorno.

Altri racconti: IL SUICIDA DI PARIGI

Ma se una volta… Fosse stato anche solo una volta… Una sola volta, mica tante; che in sogno gli fosse arrivato un segnale. Accidenti. Un semplice segnale… che ne so… un segnale qualunque. Tipo l’arrivo di un amore nuovo o una novità da mettere vicino al cuore oppure l’occasione di un’auto nuova fiammante, al posto di quel rottame della sua. Béh… forse, quella volta, non avrebbe pensato di farla finita.
Ricordo che già un’altra volta c’era quasi arrivato; ma sarà stata l’aria troppo fredda di quel mattino o il suo smoking troppo nuovo o quella farfalla troppo sgargiante sotto il suo mento, che magari chi lo sa, avrebbe planato proprio sul punto cruciale di quel suo unico volo, posandolo con dolcezza sul marciapiede cinque piani più sotto, magari l’avrebbe fatta franca pure quella volta. Ah, che disdetta sarebbe stata… eppure non si può mai sapere. Sta di fatto che, comunque sia, ci aveva già pensato. Almeno una volta.
E’ difficile spiegare da dove vengano fuori certi gesti. Che se uno di noi ci ragionasse un po’ e cercasse di capire, non riuscirebbe comunque a spiegarselo. Eppure c’è chi vi riesce…
Certo poi, che dire. I sistemi possono essere più o meno cruenti. Anzi diciamolo, più o meno invasivi… Parola strana: invasivo. Oggi piace molto storpiare la realtà. Troviamo le parole più false per scambiare le cose più normali. Allora la badante diventa operatrice domiciliare. L’anziano diventa diversamente giovane. Il negro diventa nero. Il traditore diventa pentito. E forse un giorno il cane lo chiameremo diversamente gatto o un gatto diversamente tigre. E i politici? Talmente bugiardi quelli, da nominarli solo come bugiardi, falsi e delinquenti ma li sdoganiamo da impresentabili.
E tanto in fabbrica, quando ci devono sbattere fuori, continuano a chiamarci licenziati. Oppure non te lo dicono neppure e il lunedì ti trovi i cancelli chiusi e il capannone vuoto.
Ma torniamo al nostro suicida.
Forse poteva essere un vecchio veleno del passato, una specie di cancrena nel cuore. Forse non avrebbe mai preso la porta dell’Ade come avrebbero detto i romani antichi; che tanto lì non c’era paradiso e inferno e quindi dove finivano aveva poca importanza. Finivano e basta.
Oggi forse meno, ma fino a poco tempo fa qui dietro alle porte del duemila non c’era neppure un funerale per un suicida e l’inferno era garantito.
Sta di fatto che sicuramente non ci avrebbe mai pensato se non si fosse sentito così giù come si era sentito proprio quella volta lì.
Lo conoscevo bene quel tipo, che trovata una ragazza con cui passare la notte…

Altri racconti: L’ APPLAUSO SCROSCIANTE

Avrebbe voluto anche lui un applauso scrosciante in quella giornata quasi estiva di quel Maggio generoso. Fuori sul piazzale alcune palme stavano per essere potate come tutti gli anni da quelle parti, e lui, che aveva quelle grandi finestre dietro al monitor del computer, spesso gli capitava di perdervisi dietro a quelle foglie un po’ piangenti… ed era un buon fermarsi.
Un po’ come in quel momento, dove un sole straordinario faceva a pugni con le ultime nuvole.
L’estate si sentiva che sarebbe arrivata in men che non si dica. Via le giacche pesanti e nuovamente magliette e bagni durante l’ora di pranzo. Ma tornando agli applausi… Di quegli applausi dedicati e straordinari… di quelli che spellano le mani a chi li offre, e riempie le orecchie di chi li riceve: tanto da non voler smettere d’ascoltarli e non sentirli mai cessare. Un applauso da Oscar insomma standing ovation.
E forse avrebbe sorriso. Avrebbe fatto l’inchino. E magari avrebbe pure detto qualche parola di circostanza. Un discorso di quelli un po’ americani dove magari la gente ti sta pure a sentire.
Eppure nonostante i suoi anni e i viaggi percorsi e chissà quali emozioni, vittorie e sconfitte, quasi tutte dedicate al lavoro, non ne aveva mai ricevuti di quegli applausi. Neppure una volta. Neppure una stramaledettissima unica volta. E non che non li avesse meritati. Figurarsi un po’.
Si era spaccato la schiena su quella macchina per chilometri e chilometri di asfalto, a tentare di alzare il tenore della sua vita. Prima una moglie, una casa, una ristrutturazione. Un mutuo secolare. E sempre il lavoro. Lavoro. Lavoro.
Forse ci fu un’unica volta. Quell’unica volta ai tempi d’oro. Quando in piedi sopra la cattedra all’università urlava come un ossesso per chissà quali motivi e smuoveva emozioni. Eccome le smuoveva. Emozioni importanti. Si parlava di cose che andavano oltre l’idea. Si parlava di ideali. Perché erano giorni di grandi sogni dove erano vere anche le utopie… come una vecchia canzone di Vasco.
Ed è tutta vera quella canzone. Erano sogni straordinari e giorni dove tutti saremmo morti per qualcosa di veramente importante.
Oggi non è restato nulla. Proprio nulla. Oggi si muore solo di cancro.
Oppure quell’altra volta che da bimbo era uscito indenne da una caduta improvvisa tra gli scogli finendo in una pozza d’acqua di mare e ricomparendo qualche metro oltre la risacca all’aperto e la felicità dei presenti aveva fatto esplodere l’applauso. Ma non erano la stessa cosa sinceramente.
Il primo era un applauso di claque qualcosa di mansueto che avvolge i partecipanti alla stessa minestra e li fa sentire accomodati alla stessa tavola. Il secondo, di chi improvvisamente si sente sollevato da una tristezza che poteva sconvolgere in un solo istante i commensali di una famiglia intera, e per un istante tutta una vita di rammarico.
No dai, avrebbe desiderato un applauso scrosciante di un pubblico ostile sino a diventarne l’amico intimo, che dal profondo, contro tutto e tutti, fosse emerso evidente il suo talento e che in qualche maniera, si fosse dovuto riconoscere, in mezzo alla contrarietà della sorte avversa e finalmente sarebbe stato dato a Cesare quel che era di Cesare.
Ma anche quel mattino non arrivò l’applauso. Come al solito.
In ufficio la giornata sembrava come tante.
Un passivo ingresso di saluti. Sempre identici e uguali a quelli del giorno prima e identici al giorno dopo.
Entrato in ufficio aveva acceso il computer automaticamente ancor prima di levarsi la giacca ed appenderla all’appendiabiti a stelo che si trovava vicino alla finestra.
L’ufficio non era grande ma molto luminoso. Come dicevamo grandi finestre si aprivano su uno slargo che dava verso sud.
Il sole del mattino entrava vigoroso. Le nuvole laggiù verso i monti era come se scappassero dopo una battaglia perduta.
Verso le dieci, mentre era al telefono con un cliente, sentii una chiamata sotto, e vide dal display che il numero apparso corrispondeva a quello dell’ufficio del personale…

Altri racconti: RICORDI

Ricordi quel motivetto che ballavamo in quella notte d’estate dove le zanzare facevano baldoria? Era un foxtrot impazzito ricordi? Che solo noi si danzava rubando la musica che da lontano suonava e a noi come di sponda appena tornava. Anzi eri tu amica mia che volteggiando ridevi su quella rotonda già allora rivolta a quella punta di mare. Ricordi? Tu che seria mi abbracciavi ed io lì a te m’appoggiavo e l’amore pareva un tempo al quale perduto tempo anch’esso appoggiasse. Ho bei ricordi sempre devo ammetterlo… E camminavo in corteo tra i passi lenti e nottetempi di cui già parlai altrove e forse così “esser dovea” direbbe un poeta per quel foxtrot tutto per noi e quel contrabbasso e suo contrappunto alla chitarra appena arpeggiata. Ricordi? Io avevo il cuore giovane e un fazzoletto al collo e l’estate era lì arrivata da un po’ che già l’onda sfuggiva sotto la voce parlando come il pifferaio di Hamelin su quel ponte dell’acqua sorgente che bella e trasparente scorreva lungo la gola di quel lupo che diventato sono. E tu invece una collana di perle come neve, che ancora giocherellava tra le tue dita davanti alle labbra del tuo sorriso, tutto rose e coriandoli a primavera e bouquet di fiori d’inverno. Ricordi? Come era tutto pianura e la montagna lontana neppur si vedeva. Che ancora stento a credere che il tempo lemme lemme tra una nota e l’altra è passato e io ancora lo senta alle orecchie e noi lì, anni interi e che mai a fermarsi quel tempo stesso, che invero è volato. Immagina ora che dietro a quel muro quel contrabbasso suoni per altri, che bello sarebbe no? Hai la collana nel cassetto ed io un pensiero nel cuore e tu ricordi? Il cuore in smacco o in scacco matto o sono sfatto di strane schegge più o meno di umani accidenti. Ah come passa ‘sto maledetto tempo: “Don’t think twice, it’s alright babe” canteremmo ancora se non fosse che tutto vola e guardami oggi, gli occhiali al collo e il suono canterino del mio verso che ogni tanto poso. Ma tu più non balli e io non sono già che una lacrima che scende e cade. Ed il passato, uno sfuggito sogno nella penombra di questo crepuscolo d’autunno qui a Portofino.

Altri racconti: SOTTO QUESTO CIELO BLU

La notte mi difende come sempre. La sua mano copre il mio cuore come un sorso d’acqua, un sonno ristoratore, un gatto che fa le fusa.
Scrivo in versi, quasi sempre appollaiato sul lato oscuro della via, ma a volte, tra curve ripide e pendii, mi trasformo in saltimbanco e scrivo ballate infinite fra suoni e rima; e da sempre, mentre scrivo, ascolto musica: il mio segreto.
Scorrono le dita sulla tastiera che quante cose han scritto per me e quante ore dedicate ai miei lunghi viaggi, al mio girovagare assorto, alle mie fantasie più recondite.
Uno sfogo naturale lo scrivere: esorcizzo in questo modo un mondo inutile e ingiusto, laddove di questi “in” si potrebbero inondare fogli e fogli di parole e altri panegirici vari e chissà quant’altre riflessioni potrei aggiungere ancora.
Ma stanotte scrivo per te amica mia. Importante scritto dirai tu, in questo fine anno per un’amica lontana.
Ma vorrei fosse uno scritto simile ad una mano aperta a salutare. Un fazzoletto sventolato dal ponte d’una nave o dalla banchina posta appena sotto, lì alla stazione del mare.
Una nave di emigranti magari in partenza all’inizio del secolo scorso o forse prima, chissà. Diretti verso un mondo sconosciuto dal quale non sarebbero mai più tornati.
E hai voglia a cellulari o internet o alchimie da salotto o cervelli in fuga. Quelle erano mani e sogni. Braccia, mani e cuore e bestemmie e speranze. Erano una serie di tempeste in mari di predicati, oggetti suoi complementi e soggetti, posati appena. Ma dove cominciare?
Proviamo a partire dall’inizio quand’ero un gracile ragazzetto, un mattino, una stanzetta quasi di passaggio e una chitarra appoggiata alla parete, chiusa nella sua custodia morbida, colore verde scuro, su cui suonare cantandoci sopra i giri armonici più semplici che mai, per canzoni che rimasero indelebili. O che lì, in tutto quel ricordo, vi ritrovo un vecchio libro di canzoni in inglese testo a fronte: “Canti di rabbia” o qualcosa del genere, di un certo Dylan Bob; che se mi giro da queste parti magari ritrovo pure dietro a qualche fila sovrapposta tra mille libri mai più letti.
Ma rigiriamo questo sogno che tanto prendo un caffè e intanto parlo con te che chissà dove sei ora, in giro per il mondo e mentre parlo con te, e ascolto di te, e di te mi distraggo mentre scrivo di te, magari parlo pure di me: di quest’uomo preoccupato con un animo assorto da questi tempi duri che pur pare nulla abbiano dietro, e nulla davanti e col cuore impegnato…

Altri racconti: BREVE RACCONTO DI UN MINUTO

Il tempo delle decisioni è qui nuovamente alle porte. Ancora una volta cammino sulla spiaggia lungo quest’alba e ancora una volta il sole accarezza l’arco della terra. Il vento alza cespugli su dune di sabbia a perdita d’occhio e guardo il rimbalzo impenitente di grossi batuffoli di rami appallottolati in balia dei soffi.
Accenno un passo di danza su un motivo appena fischiettato di lagrimas de plastico azul e laggiù in un parcheggio tra anime in metallo e colori fuori tempo, una segretaria entra su un’auto dopo aver tacchettato improvvisa e rapida tra l’orlo di una gonna troppo stretta le pietre di porfido.
Ho ancora un ricordo che a volte sovviene e rammento anch’io discese ardite e poi risalite furtive e poi baci come fossero gli ultimi senza mai più un ritorno. Che poi invero accadde, da una volta all’altra, che senza motivo alcuno, mai più infatti, sbattessero ancora portiere e clic di telecomandi e blincher ritmati per riaprirsi sportelli ancora a risbattere, dopo un tacchettare simile e fitto e sotto una pioggia di un marzo avanzato o di chissà quale altra stagione ormai stia parlando e che qui mal ricordo e come spesso accade si mitizzino i vecchi avvenimenti dai tempi dei tempi.
Ma rivedo a memoria da oltre il muretto, dal lato di guida seduto in attesa, al fianco di tristi parchimetri sotto a quell’infinita pioggia d’inverno che picchia insistente sui vetri, laggiù nel bel mezzo della spiaggia, un tipo a ballare un passo appena accennato appena fischiettato magari, di lagrimas de plastico azul che chissà ch’ero io già allora ad aspettarmi.
L’onda del mare lambisce ora lenta la riva. La distesa è una tavola piatta senza increspo alcuno e nulla che muova. Comincia un mattino di nuovo. Di nuovo parto lontano per un nuovo obbligato percorso pieno di speranze nemiche e poche le amiche. Come sempre a stento forse faticherò a riconoscerle tali. La segretaria pare alterata mentre scende dall’auto sbattendo la portiera dell’auto color grigio. Gesticola ora e parla a voce alta cercando nella borsa qualcosa di fretta, mentre ora lenta raggiunge la sua auto pochi metri distante. Si accendono le luci arancioni e si spengono nuovamente. Il sole ormai è alto sul cielo sopra il mare e abbiamo appena cominciato il giorno.