Fabio Martini

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"I poeti, gli scrittori, gli intellettuali, cioè coloro che con la penna in mano hanno un'arma da brandire contro tutte le angherie sottese, sono tenuti a fare argine, metterci la faccia in prima persona ed essere presenti e non assenti, asserviti, dietro le farfalle dell'amore, del cuore e dei fiori, ma presenti ed anche protervi - se necessario - e combattivi di una responsabilità oltremodo, contro tutto ciò che offende profondamente l'animo umano collettivo."

Fabio Martini

Fabio Martini, poeta e narratore in rete. Fondatore del gruppo "L'Inedito Letterario" dal 2009. Ideatore del marchio editoriale "L'Inedito" e delle collane "Minimalia", "Potpourrì", "Antologie", "Anteprime" oltre l'omonima collana "L'Inedito". Fondatore de "L'Associazione Culturale L'Inedito" nel 2017. Editor, scout letterario e collaboratore di alcuni giornali e riviste, nato a Genova nel '59. Appassionato partecipe della vita intellettuale sul web nel quale cura svariate attività letterarie. Vive tra Abruzzo e Spagna, dove cura altressì interessi di lavoro e personali dedicandosi sempre alla scrittura. Nella sua attività letteraria in cartaceo, il romanzo "I gradini del tempo" ed. Cassandra 2013; il romanzo breve "La casa senza fondamenta" ed. Epigrafia 2017; la raccolta di poesie "Terre di confine" ed. L'Inedito 2019. In uscita entro l'anno 2020 il romanzo "La basilica in riva al mare". "Vivo la mia vita tra Genova e Madrid per affetti. Molto spesso nei miei versi vi sono richiami alla Spagna ed al mondo latino in una forma quasi automatica. La ricchezza di una persona sta nelle esperienze accumulate e nel sistema di redistribuirle. Io cerco di farlo attraverso la scrittura".

UNA STORIA STRAVAGANTE

Il mio nome è Pedro, Pablo, Ignacio, Rodrigo, Alemanno, Horacio, Alejandro, Zed, ma tutti mi conoscono come Zero o anche come Jim. Alcuni talvolta mi chiamano Franz… Figurarsi che a me non piace neppure essere chiamato.
La mia età dovrebbe essere intorno ai ventisette. Ho perso il conto sei mesi fa o due anni fa o giù di lì. Ma anche questo mi è impossibile ricordarlo. Poco male. Qui ad @city il tempo è sempre stato un optional. E poi sinceramente poco mi importa del tempo. Tanto quello viene e va come gli pare.
Se scrivo è perché ho appena finito di vivere una strana storia che in qualche modo è riuscita a cambiarmi la vita. Ma come poi sia cambiata ancora non l’ho capito.
Tutto cominciò un anno fa o forse due – ma anche questo non posso dirlo con certezza – ma quello di cui sono sicuro è che l’origine di tutto questo fu un giorno d’estate.
L’estate del cuor contento. Il mio. Una calda estate perduta. Un sorriso di sole mattutino. Un sogno ricorrente da farmi perdere la memoria ogni giorno di più.
Ma è per questo che ne voglio scrivere. Per non perdere ulteriori tasselli già spersi nel tempo e dai quali sempre vengo avvolto come in un aliseo costante che mi passa sopra senza neppure mai chiedere il permesso.
Vivevo in una baracca. Una vecchia baracca sulla spiaggia libera di @city insieme a zio Duke.
Avevo terminato la scuola superiore già da un bel po’ e trascorrevo le giornate ad inseguire le mie idee ed a cercare di dar loro una forma su carta, eternamente alla ricerca dell’Idea. La grande storia da raccontare. La mia storia. E questo avveniva tra mattino e pomeriggio. Fra una bibita ghiacciata ed un telefilm o un evento sportivo alla tv.
Poi alla sera puntualmente alle otto o forse alle dieci o anche alle dodici, abbandonavo le mie idee a rincorrersi e andavo a prendere servizio al cimitero di Juppiter Hill proprio ad un passo dalla spiaggia.
Qui prendevo il posto di zio Duke, guardiano diurno da oltre dieci anni in quel benedetto camposanto. E con un libro tra le mani e la mia scorta di origano nell’altra, trascorrevo tranquille serate in quel gabbiotto in compagnia di zanzare e spiriti vaganti.
Non era male come lavoro. C’era una gran pace in mezzo a quelle lapidi ed a quegli alberi secolari piantati lungo i viali lastricati che come in una scacchiera andavano ad incrociarsi formando un autentico labirinto. Mi sono sempre trovato bene in quel silenzio.
In quella solitudine popolata di spifferi e fuochi fatui. Lì, in fondo, non ero mai solo.
E poi i miei compiti erano abbastanza semplici. Oltre a fare qualche giro di perlustrazione lungo tutto il perimetro munito di torcia e crocifisso – su esplicito consiglio di zio Duke del quale oggi per certi versi ne capisco i motivi – innaffiavo le aiuole e spazzavo i viali con un lungo rastrello e risistemavo loculi e lapidi danneggiate dal tempo e dalla vetustà.
Sostituivo nel contempo qualche candela, mettevo l’acqua ai fiori, strappavo cespuglietti di gramigna che spuntavano ad ondate periodiche un po’ dovunque, ma soprattutto tenevo lontani quei pochi intrusi che ogni tanto si avventuravano scavalcando il muro di cinta per compiere i loro giochi di coraggio o riti ancestrali del cazzo.
In realtà questo non capitava molto spesso a Juppiter Hill. E i pochi che riuscii ad intercettare se la diedero a gambe non appena mi avvicinavo strascicando il grosso rastrello sul selciato e puntando su di loro la torcia.
E’ un peccato che…

SEDUTO SUL BORDO DELLA SPIAGGIA DAVANTI AL MARE

Rivedo tutto a memoria da oltre il muretto, dal lato di guida, seduto in attesa al fianco di tristi parchimetri sotto a quell’infinita pioggia d’inverno che picchia insistente sul vetro.
Laggiù, nel bel mezzo della spiaggia, un tipo a ballare un passo appena accennato, appena fischiettato, magari Lagrimas de plastico azul che chissà ch’ero io già allora ad aspettarmi.
L’onda del mare lambisce ora lenta la riva. La distesa è una tavola piatta senza increspo alcuno e nulla che muova.
Comincia un nuovo mattino. Di nuovo parto lontano per un nuovo obbligato percorso pieno di speranze nemiche e poche le amiche. Come sempre a stento forse faticherò a riconoscerle tali.
La segretaria pare alterata mentre scende dall’auto sbattendo la portiera dell’auto color grigio. Gesticola ora e parla a voce alta cercando nella borsa qualcosa in fretta, mentre ora lenta raggiunge la sua auto pochi metri distante.
Si accendono le luci arancioni e si spengono nuovamente.
Il sole ormai è alto nel cielo sopra il mare e abbiamo appena cominciato il giorno.

IL SUICIDA DI PARIGI

Ma se una volta… Fosse stato anche solo una volta… Una sola volta, mica tante; che in sogno gli fosse arrivato un segnale. Accidenti. Un semplice segnale… che ne so… un segnale qualunque. Tipo l’arrivo di un amore nuovo o una novità da mettere vicino al cuore oppure l’occasione di un’auto nuova fiammante, al posto di quel rottame della sua. Béh… forse, quella volta, non avrebbe pensato di farla finita.
Ricordo che già un’altra volta c’era quasi arrivato; ma sarà stata l’aria troppo fredda di quel mattino o il suo smoking troppo nuovo o quella farfalla troppo sgargiante sotto il suo mento, che magari chi lo sa, avrebbe planato proprio sul punto cruciale di quel suo unico volo, posandolo con dolcezza sul marciapiede cinque piani più sotto, magari l’avrebbe fatta franca pure quella volta. Ah, che disdetta sarebbe stata… eppure non si può mai sapere. Sta di fatto che, comunque sia, ci aveva già pensato. Almeno una volta.
E’ difficile spiegare da dove vengano fuori certi gesti. Che se uno di noi ci ragionasse un po’ e cercasse di capire, non riuscirebbe comunque a spiegarselo. Eppure c’è chi vi riesce…
Certo poi, che dire. I sistemi possono essere più o meno cruenti. Anzi diciamolo, più o meno invasivi… Parola strana: invasivo. Oggi piace molto storpiare la realtà. Troviamo le parole più false per scambiare le cose più normali. Allora la badante diventa operatrice domiciliare. L’anziano diventa diversamente giovane. Il negro diventa nero. Il traditore diventa pentito. E forse un giorno il cane lo chiameremo diversamente gatto o un gatto diversamente tigre. E i politici? Talmente bugiardi quelli, da nominarli solo come bugiardi, falsi e delinquenti ma li sdoganiamo da impresentabili.
E tanto in fabbrica, quando ci devono sbattere fuori, continuano a chiamarci licenziati. Oppure non te lo dicono neppure e il lunedì ti trovi i cancelli chiusi e il capannone vuoto.
Ma torniamo al nostro suicida.
Forse poteva essere un vecchio veleno del passato, una specie di cancrena nel cuore. Forse non avrebbe mai preso la porta dell’Ade come avrebbero detto i romani antichi; che tanto lì non c’era paradiso e inferno e quindi dove finivano aveva poca importanza. Finivano e basta.
Oggi forse meno, ma fino a poco tempo fa qui dietro alle porte del duemila non c’era neppure un funerale per un suicida e l’inferno era garantito.
Sta di fatto che sicuramente non ci avrebbe mai pensato se non si fosse sentito così giù come si era sentito proprio quella volta lì.
Lo conoscevo bene quel tipo, che trovata una ragazza con cui passare la notte…

L’ APPLAUSO SCROSCIANTE

Avrebbe voluto anche lui un applauso scrosciante in quella giornata quasi estiva di quel Maggio generoso. Fuori sul piazzale alcune palme stavano per essere potate come tutti gli anni da quelle parti, e lui, che aveva quelle grandi finestre dietro al monitor del computer, spesso gli capitava di perdervisi dietro a quelle foglie un po’ piangenti… ed era un buon fermarsi.
Un po’ come in quel momento, dove un sole straordinario faceva a pugni con le ultime nuvole.
L’estate si sentiva che sarebbe arrivata in men che non si dica. Via le giacche pesanti e nuovamente magliette e bagni durante l’ora di pranzo. Ma tornando agli applausi… Di quegli applausi dedicati e straordinari… di quelli che spellano le mani a chi li offre, e riempie le orecchie di chi li riceve: tanto da non voler smettere d’ascoltarli e non sentirli mai cessare. Un applauso da Oscar insomma standing ovation.
E forse avrebbe sorriso. Avrebbe fatto l’inchino. E magari avrebbe pure detto qualche parola di circostanza. Un discorso di quelli un po’ americani dove magari la gente ti sta pure a sentire.
Eppure nonostante i suoi anni e i viaggi percorsi e chissà quali emozioni, vittorie e sconfitte, quasi tutte dedicate al lavoro, non ne aveva mai ricevuti di quegli applausi. Neppure una volta. Neppure una stramaledettissima unica volta. E non che non li avesse meritati. Figurarsi un po’.
Si era spaccato la schiena su quella macchina per chilometri e chilometri di asfalto, a tentare di alzare il tenore della sua vita. Prima una moglie, una casa, una ristrutturazione. Un mutuo secolare. E sempre il lavoro. Lavoro. Lavoro.
Forse ci fu un’unica volta. Quell’unica volta ai tempi d’oro. Quando in piedi sopra la cattedra all’università urlava come un ossesso per chissà quali motivi e smuoveva emozioni. Eccome le smuoveva. Emozioni importanti. Si parlava di cose che andavano oltre l’idea. Si parlava di ideali. Perché erano giorni di grandi sogni dove erano vere anche le utopie… come una vecchia canzone di Vasco.
Ed è tutta vera quella canzone. Erano sogni straordinari e giorni dove tutti saremmo morti per qualcosa di veramente importante.
Oggi non è restato nulla. Proprio nulla. Oggi si muore solo di cancro.
Oppure quell’altra volta che da bimbo era uscito indenne da una caduta improvvisa tra gli scogli finendo in una pozza d’acqua di mare e ricomparendo qualche metro oltre la risacca all’aperto e la felicità dei presenti aveva fatto esplodere l’applauso. Ma non erano la stessa cosa sinceramente.
Il primo era un applauso di claque qualcosa di mansueto che avvolge i partecipanti alla stessa minestra e li fa sentire accomodati alla stessa tavola. Il secondo, di chi improvvisamente si sente sollevato da una tristezza che poteva sconvolgere in un solo istante i commensali di una famiglia intera, e per un istante tutta una vita di rammarico.
No dai, avrebbe desiderato un applauso scrosciante di un pubblico ostile sino a diventarne l’amico intimo, che dal profondo, contro tutto e tutti, fosse emerso evidente il suo talento e che in qualche maniera, si fosse dovuto riconoscere, in mezzo alla contrarietà della sorte avversa e finalmente sarebbe stato dato a Cesare quel che era di Cesare.
Ma anche quel mattino non arrivò l’applauso. Come al solito.
In ufficio la giornata sembrava come tante.
Un passivo ingresso di saluti. Sempre identici e uguali a quelli del giorno prima e identici al giorno dopo.
Entrato in ufficio aveva acceso il computer automaticamente ancor prima di levarsi la giacca ed appenderla all’appendiabiti a stelo che si trovava vicino alla finestra.
L’ufficio non era grande ma molto luminoso. Come dicevamo grandi finestre si aprivano su uno slargo che dava verso sud.
Il sole del mattino entrava vigoroso. Le nuvole laggiù verso i monti era come se scappassero dopo una battaglia perduta.
Verso le dieci, mentre era al telefono con un cliente, sentii una chiamata sotto, e vide dal display che il numero apparso corrispondeva a quello dell’ufficio del personale…

RICORDI

Ricordi quel motivetto che ballavamo in quella notte d’estate dove le zanzare facevano baldoria? Era un foxtrot impazzito ricordi? Che solo noi si danzava rubando la musica che da lontano suonava e a noi come di sponda appena tornava. Anzi eri tu amica mia che volteggiando ridevi su quella rotonda già allora rivolta a quella punta di mare. Ricordi? Tu che seria mi abbracciavi ed io lì a te m’appoggiavo e l’amore pareva un tempo al quale perduto tempo anch’esso appoggiasse. Ho bei ricordi sempre devo ammetterlo… E camminavo in corteo tra i passi lenti e nottetempi di cui già parlai altrove e forse così “esser dovea” direbbe un poeta per quel foxtrot tutto per noi e quel contrabbasso e suo contrappunto alla chitarra appena arpeggiata. Ricordi? Io avevo il cuore giovane e un fazzoletto al collo e l’estate era lì arrivata da un po’ che già l’onda sfuggiva sotto la voce parlando come il pifferaio di Hamelin su quel ponte dell’acqua sorgente che bella e trasparente scorreva lungo la gola di quel lupo che diventato sono. E tu invece una collana di perle come neve, che ancora giocherellava tra le tue dita davanti alle labbra del tuo sorriso, tutto rose e coriandoli a primavera e bouquet di fiori d’inverno. Ricordi? Come era tutto pianura e la montagna lontana neppur si vedeva. Che ancora stento a credere che il tempo lemme lemme tra una nota e l’altra è passato e io ancora lo senta alle orecchie e noi lì, anni interi e che mai a fermarsi quel tempo stesso, che invero è volato. Immagina ora che dietro a quel muro quel contrabbasso suoni per altri, che bello sarebbe no? Hai la collana nel cassetto ed io un pensiero nel cuore e tu ricordi? Il cuore in smacco o in scacco matto o sono sfatto di strane schegge più o meno di umani accidenti. Ah come passa ‘sto maledetto tempo: “Don’t think twice, it’s alright babe” canteremmo ancora se non fosse che tutto vola e guardami oggi, gli occhiali al collo e il suono canterino del mio verso che ogni tanto poso. Ma tu più non balli e io non sono già che una lacrima che scende e cade. Ed il passato, uno sfuggito sogno nella penombra di questo crepuscolo d’autunno qui a Portofino.

SOTTO QUESTO CIELO BLU

La notte mi difende come sempre. La sua mano copre il mio cuore come un sorso d’acqua, un sonno ristoratore, un gatto che fa le fusa.
Scrivo in versi, quasi sempre appollaiato sul lato oscuro della via, ma a volte, tra curve ripide e pendii, mi trasformo in saltimbanco e scrivo ballate infinite fra suoni e rima; e da sempre, mentre scrivo, ascolto musica: il mio segreto.
Scorrono le dita sulla tastiera che quante cose han scritto per me e quante ore dedicate ai miei lunghi viaggi, al mio girovagare assorto, alle mie fantasie più recondite.
Uno sfogo naturale lo scrivere: esorcizzo in questo modo un mondo inutile e ingiusto, laddove di questi “in” si potrebbero inondare fogli e fogli di parole e altri panegirici vari e chissà quant’altre riflessioni potrei aggiungere ancora.
Ma stanotte scrivo per te amica mia. Importante scritto dirai tu, in questo fine anno per un’amica lontana.
Ma vorrei fosse uno scritto simile ad una mano aperta a salutare. Un fazzoletto sventolato dal ponte d’una nave o dalla banchina posta appena sotto, lì alla stazione del mare.
Una nave di emigranti magari in partenza all’inizio del secolo scorso o forse prima, chissà. Diretti verso un mondo sconosciuto dal quale non sarebbero mai più tornati.
E hai voglia a cellulari o internet o alchimie da salotto o cervelli in fuga. Quelle erano mani e sogni. Braccia, mani e cuore e bestemmie e speranze. Erano una serie di tempeste in mari di predicati, oggetti suoi complementi e soggetti, posati appena. Ma dove cominciare?
Proviamo a partire dall’inizio quand’ero un gracile ragazzetto, un mattino, una stanzetta quasi di passaggio e una chitarra appoggiata alla parete, chiusa nella sua custodia morbida, colore verde scuro, su cui suonare cantandoci sopra i giri armonici più semplici che mai, per canzoni che rimasero indelebili. O che lì, in tutto quel ricordo, vi ritrovo un vecchio libro di canzoni in inglese testo a fronte: “Canti di rabbia” o qualcosa del genere, di un certo Dylan Bob; che se mi giro da queste parti magari ritrovo pure dietro a qualche fila sovrapposta tra mille libri mai più letti.
Ma rigiriamo questo sogno che tanto prendo un caffè e intanto parlo con te che chissà dove sei ora, in giro per il mondo e mentre parlo con te, e ascolto di te, e di te mi distraggo mentre scrivo di te, magari parlo pure di me: di quest’uomo preoccupato con un animo assorto da questi tempi duri che pur pare nulla abbiano dietro, e nulla davanti e col cuore impegnato…

BREVISSIMO RACCONTO DI UN MINUTO

Il tempo delle decisioni è qui nuovamente alle porte. Ancora una volta cammino sulla spiaggia lungo quest’alba e ancora una volta il sole accarezza l’arco della terra. Il vento alza cespugli su dune di sabbia a perdita d’occhio e guardo il rimbalzo impenitente di grossi batuffoli di rami appallottolati in balia dei soffi.
Accenno un passo di danza su un motivo appena fischiettato di lagrimas de plastico azul e laggiù in un parcheggio tra anime in metallo e colori fuori tempo, una segretaria entra su un’auto dopo aver tacchettato improvvisa e rapida tra l’orlo di una gonna troppo stretta le pietre di porfido.
Ho ancora un ricordo che a volte sovviene e rammento anch’io discese ardite e poi risalite furtive e poi baci come fossero gli ultimi senza mai più un ritorno. Che poi invero accadde, da una volta all’altra, che senza motivo alcuno, mai più infatti, sbattessero ancora portiere e clic di telecomandi e blincher ritmati per riaprirsi sportelli ancora a risbattere, dopo un tacchettare simile e fitto e sotto una pioggia di un marzo avanzato o di chissà quale altra stagione ormai stia parlando e che qui mal ricordo e come spesso accade si mitizzino i vecchi avvenimenti dai tempi dei tempi.
Ma rivedo a memoria da oltre il muretto, dal lato di guida seduto in attesa, al fianco di tristi parchimetri sotto a quell’infinita pioggia d’inverno che picchia insistente sui vetri, laggiù nel bel mezzo della spiaggia, un tipo a ballare un passo appena accennato appena fischiettato magari, di lagrimas de plastico azul che chissà ch’ero io già allora ad aspettarmi.
L’onda del mare lambisce ora lenta la riva. La distesa è una tavola piatta senza increspo alcuno e nulla che muova. Comincia un mattino di nuovo. Di nuovo parto lontano per un nuovo obbligato percorso pieno di speranze nemiche e poche le amiche. Come sempre a stento forse faticherò a riconoscerle tali. La segretaria pare alterata mentre scende dall’auto sbattendo la portiera dell’auto color grigio. Gesticola ora e parla a voce alta cercando nella borsa qualcosa di fretta, mentre ora lenta raggiunge la sua auto pochi metri distante. Si accendono le luci arancioni e si spengono nuovamente. Il sole ormai è alto sul cielo sopra il mare e abbiamo appena cominciato il giorno.