Facundo Cerone

Gli amici dell'Inedito Letterario > I NOSTRI AUTORI > Facundo Cerone

Facundo Cerone

Facundo Cerone è un artista poliedrico. Nato in Argentina nel 1970 e trasferitosi agli inizi degli anni ‘90 in Friuli, di cui la famiglia è originaria. Nel nord est italiano è molto conosciuto come instancabile organizzatore di eventi rock/punk. E’ musicista e cantante punk della prima ora, è fieramente anarchico, è pittore e scrittore. Facundo ha l’energia del guerriero apocalittico, non si arrende mai, porta avanti la sua ricerca artistica e culturale senza soste, pagandone sempre le conseguenze, senza sconti. Il romanzo “I LOVE DISKOUNT” è la sua opera punk. Un romanzo rabbioso e poetico, tragico e ironico, volgare e idealista. I protagonisti sono forse la categoria più odiata e disprezzata del mondo occidentale, i cosiddetti “punkabbestia”, volendo ridurre a questo unico epiteto una varietà di persone, caratteri e storie che tutti giudicano e nessuno conosce. Nella scrittura di Facundo i punk si svelano per ciò che sono realmente, nei loro catastrofici difetti e nei loro impensabili idealismi. Una lettura che consiglio, anche ai teneri di stomaco, per provare almeno a entrare in un mondo sconosciuto e famigliare al tempo stesso. Comincia all’età di tre anni circa a disegnare vichinghi e romani in perenne combattimento. Tenta nella sua infanzia la via del fumetto, ma senza successo. Realizza durante il periodo scolastico disegni “a commissione” per i suoi compagni e più tardi, alle superiori, realizzerà manifesti e loghi per le band punk che popolavano la sua scuola. Band di cui ne fece parte attiva. Il nostro suona ancora, a 50 anni (27/03/1970, Tandil (Buenos Aires) in due band: Vomitiva (punk) e Vandaltrybe (punkmetal). Ambiente dove si trova a suo agio non soltanto musicalmente ma anche in qualità di grafico di queste e altre band del panorama Udinese. Ha studiato parzialmente Scienze della Comunicazione e Disegno Grafico nell’Università di Buenos Aires (U.B.A.) e intrapreso diversi corsi di grafica diventando assai esperto nell’utilizzo di software quali Photoshop ed Illustrator. Dipingeva una volta su cartoni di pizza, e oggi usa materiale di riciclo e lastre di forex avanzate dai cartelloni pubblicitari. I soggetti sono perlopiù mostri, demoni, visi sofferti, cuori, occhi e qualsiasi cosa gli venga in mente. Avendo fatto serigrafia, ha scoperto che i colori vinilici sono una risorsa che resiste nel tempo, e possiede caratteristiche particolari quali la lucentezza e la “plasticità”. Ogni lavoro viene rifinito con uno strato di vernice trasparente. Se dovessimo usare una frase per definire Facundo, oserei dire: “Con l’arcobaleno dentro il cuore”  

Fango

Prima i guanti poi la mascherina lavarsi le mani.

Fango ripeteva questa routine anche se la sua qualità di okkupa, di ciò che i ragazzi chiamavano il “Palazzo di Vetro”, non consentiva un granché di menate igieniche.

Nelle giornate in cui si sentiva più carico, tornava dal supermercato con due confezioni di acqua da sei, ma visto che preferiva stare a filosofare o parlare di musica nella vicina stazione con gli altri punx non sempre riusciva in quella sacrosanta missione di mantenersi pulito come un principino. Seguiva il metodo che pur essendo straniero, nella Contea di Galles, era molto effettivo, vale a dire lavarsi ascelle piedi e balle.

Il Palazzo di Vetro non era altro che una moderna costruzione di fronte alla rotonda di via Roma a pochi metri dalla stazione dei treni; opera rimasta a metà. Praticamente era un palazzo di cinque piani che offriva a clandestini e tossici della zona, quattro mura e un tetto, che si sa può essere una pregiata soluzione quando fuggi dall’inclemenza bastarda dell’inverno, dalla sete di giustizia delle pattuglie dei criminali in uniforme, o semplicemente hai bisogno di un posto dove nessuno ti rompa la pazienza, quella vittima illustre delle epoche moderne, per qualche ora.

Si accedeva tramite il cancello devastato a colpi di martello e mazzetta, verso la corte interna, dove giaceva ribaltata una betoniera, con ancora incrostati i resti di cemento e un paio di carriole arrugginite e con le gomme a terra, chissà da quanto.

Nonostante il palazzo fosse in zona assai centrika, sia per i clandestini che vivevano nel seminterrato, che per fango, che occupava tutto il terzo piano, le regole, erano ferree, visto che quella mole di cemento armato, lasciata a metà, era anche la loro casa, nessuno entrava e usciva dal cancello, senza controllare prima la strada. Non ci doveva essere nemmeno un gatto randagio, il nulla assoluto doveva esserci, ad aprire le porte di una città viziata, malata, capitalisticamente egocentrica e sadica, come lo era la Città Mausoleo.

Ovviamente Fango ed i colleghi della stazione e del parco Reconquista, pensavano quella fosse una città di merda, in una provincia di merda, in un paese di merda, di un mondo di merda, abitata per lo più di merdosi.

Pensò ad appena qualche settimana prima, in cui nessuno poteva saperlo. Non potevano sapere che i concerti che illuminavano le loro vite assurde di Outsider metropolitani, stavano per scomparire. Non potevano sapere che da lì a poco tempo, le sale prove dove andavano a vomitare odio e sudore contro un sistema malato è corrotto, sarebbero state chiuse. Non sapevano nemmeno che le loro allegre e allocate compagne, che spezzavano nei parchi al ritmo di qualche Ghetto Blaster mentre la marijuana disegnava idee danze sorrisi, a tempo hardcore, sarebbero state cancellate.

Solo due persone al mondo, così come lo conosciamo, avrebbero saputo il perché della nuova mossa del Nuovo Ordine Mondiale. Loro erano Theodorus Blingerstein e William P. Thorzag due personaggi ottuagenari che vantavano nel loro albero genealogico antenati banchieri con il divertente hobby di finanziare guerre e rivoluzioni da parecchie generazioni addietro.

Ovviamente era un discorso mantenuto nel più grande segreto e ovviamente le strategie si tramandavano di padre a figlio con la gloriosa sensazione di essere al di là del bene e del male.

Questi due sinistri avvoltoi si trovarono nell’isola di Geka, molto segretamente, il 26 agosto del 2019, per una partita a scacchi lontana da occhi indiscreti.

La stanza profumava di tabacco da pipa e Theodorus mosse il bianco cavallo aprendo un amabile conversazione tra distinti nonni ambedue emblematici ed arzilli, ambedue reduci dai campi di prigionia e sterminio nazista, ambedue con il pallino del Monopoly Planetario ad ogni costo.

William P. sorrise attraverso la mascherina di ossigeno che gli pompava aria da un respiratore artificiale situato in un pratico arcellino che se ne stava a fianco della splendida sedia in stile Vittoriano.

L’infermiere si allontanò e chiuse la porta, a due ante, senza il minimo rumore.

“Solo decenni che ti conosco e sempre fai la stessa apertura, ti ricordo che hai perso le

ultime due partite e ti è costato caro.”

“Insisto con le buone vecchie tattiche.”

William P. fece un ineluttabile gesto di disprezzo ficcandosi il mignolo dentro l’orecchio destro e scuotendolo all’interno. Partì alla carica muovendo un pedone nero come il suo cuore di avido capitalista.

“So che hai donato parecchi milioni alla causa di quella stupida ragazzina, come si chiama, a si, Greta”.

Theodorus abbassò gli occhi e la sua faccia subì una vampata di calore che gli fece quasi cambiare espressione Ma si controllò. Sì schiari la gola.

“Sappiamo entrambi che questo momento storico e sociale che stiamo vivendo, è quasi all’apice di ciò che stiamo pianificando da quasi un secolo o forse di più”.

“Sì, ma c’è un problema, tutto questo progresso economico o selvaggio capitalismo o neoliberismo, come lo chiamano, sta distruggendo il pianeta, le specie animali. Tutto.”

William P. respirò non senza fatica e la sua voce fece tremare le pedine sulla scacchiera.

“Non mi interessa niente di quella ragazza malsana è contaminata, venderebbero persino la loro madre pur di avere qualche centesimo in più!”

Theodorus sorrise amaramente.

“Il problema è che entrambi abbiamo figli, nipoti e pronipoti che abitano questo pianeta e non sono tutti sul punto di morire come noi due.

William P. si mise in piedi. Rosso in volto e visibilmente disturbato urlò!

“Dove vorresti arrivare! Ti ricordo che non abbiamo tempo da perdere!

Theorius lo guardò per un istante e fu un’altra volta quel bambino ebreo che fissava il suo carnefice a Bergen-Belsen. Senza paura disse tre parole.

“Creiamo una pandemia!”.

William P. sorrise impercettibilmente e tornò a sedersi lentamente, mentre spostava la torre.

Sedeva e sapeva che il suo socio in affari l’aveva sparata così grossa, tale e quale così grosso, sarebbe stato il tornaconto economico. Aveva venduto l’anima al dio denaro tanto tempo fa e aveva cessato di contare perdite umane ancora prima.

“Ti ascolto!”

Theodorus lanciò l’alfiere all’attacco. Se spiegò pazientemente che per continuare a produrre, il pianeta, aveva bisogno di una pausa. Il virus era già pronto. Avrebbe colpito soprattutto gli umani con patologie di deficit respiratorio, immunodepressi, anziani. Come loro. Ma loro no!

Tutto era effettivissimo e di un contagio molto veloce e diciamo facile. Si sarebbe evoluto da solo e avrebbe messo in ginocchio l’economia.

A livello mondiale tutto si sarebbe fermato e grazie ai mass media e ai social network avrebbero usato la paura per mantenere alta la tensione. Una mossa vincente.

“Va bene ho capito. Mi scuso per la mia reazione. Ti darò tutto l’appoggio necessario perché hai ragione. Urge un nuovo ordine, dove noi daremo il capitale necessario per ripartire dopo la paranoia generale. Sarà alle nostre condizioni”.

Il cavallo nero mangiò la torre bianca quasi senza ritegno.

“In effetti se tutto va bene, faremo tavola rasa e tutto ripartirà da zero. Sarà un nuovo inizio. Terremo sotto assoluta sorveglianza, ogni angolo del pianeta. Ogni misero umano dovrà rendere conto ad una telecamera, alla nostra polizia, al nostro esercito e le nostre marionette nei governi. Le nostre famiglie arricchiranno ulteriormente, verso il programma di robotizzazione e intelligenza artificiale”.

Scacco matto!

William P. aveva vinto ancora, quasi senza difficoltà, con una mossa da liceale. Proprio questo gratificava il suo putrido ego malsano. Almeno al momento si considerava il migliore.

Un’oretta più tardi Theodorus saliva sul jet privato che l’avrebbe riportato alla sua tenuta a Abeedeen qualche mese più in là, nell’inoltrato 2020, la sua giovane pronipote adolescente, avrebbe constatato con gioia incontenibile, che grazie al coronavirus, il pianeta stava risorgendo. Le specie animali tornavano ad accoppiarsi, il verde rigoglieva,  i mari e fiumi si ripulivano.

Cosa non si farebbe per il sorriso di una fanciull,a disse tra sé e sé

Fango era stato detenuto da uno sbirro che aveva intrallazzi con travestiti e prostitute. Era un grande pezzo di merda quello. Faceva grande abuso della sua autorità ogni volta che poteva. La  resistenza all’arresto per accattonaggio, gli fece scaricare tutta la sua frustrazione. Tenne fango ammanettato per terra e calciando un posacenere formato pentola sulla testa del nostro punk preferito lo spedì in terapia intensiva quella sera. Il resto della storia la sappiamo tutti. Wuhan,  quarantena, software per riconoscimento facciale, la corsa il vaccino, l’ansia, la grande paura, i decessi.

La terapia intensiva di Fango, durò proprio quel mese lì. Alla fine, il solito culo di Fango!

Ma il trauma cranico era assai grave ma Fango lo superò e circa a metà marzo ebbe la possibilità di tornare al Palazzo di Vetro, ma tutto non fu più lo stesso, come non fu più la stessa la normalità anormale come la conosciamo.

A fine marzo si stava già da un mese tutti asseragliati a casa e chi una casa non l’aveva, schivava pattuglie mascherato da civilian. Non più cresta per Fango, bensì un taglio a zero da skinhead, meno rischioso, sicuramente più pratico, oltretutto. Preferendo indossare girocolli classici, blue jeans anonimi e scarpe da ginnastica normalissime. Mascherina e via per la città, quando si poteva, altrimenti, quarantena nel palazzo occupato, dove una chitarra classica dimenticata da qualcuno, riempiva le ore deliziosamente.

A fine aprile il pula corrotto fu espulso dalla polizia. Fango lo ritrovò mezzo ubriaco nel bar “Messico”, zona di raduno di spacciatori trans e prostitute. Lo aspettò fuori fino alla chiusura, pazientemente, mentre parlava con le stelle della primavera avanzata. Aveva dormito qualche volta nelle aiuole di via Leopardi, lì, dove cespugli ben curati e alti potevano nascondere anche gli amplessi sessuali di una città fulminata e in preda al panico di infettarsi.

Nino, il padrone del bar, si occupò personalmente di mettere la mascherina al suo ultimo cliente che non coordinava granché, ma questo fu un fatto secondario per fango che in zero virgola due secondi, lo trascinò dietro i cespugli. Gli puntò il coltello con l’impugnatura a forma di granata diritto alla giugulare.

“Stai fermo figlio di puttana”.

Quello lo riconobbe e un lampo di terrore attraversò i suoi occhi.

Fango chiuso il coltello, attaccò a colpirlo con l’impugnatura finché ci fu solo silenzio.

Sul viale, ma lontano da lì, v’era solo un cliente occasionale per le schiave sessuali a pagamento, che tentava di ottenere uno sconto, per il suo svuotamento testicolare.

Il manico del coltello a forma di bomba a mano grondava del sangue del nemico e Fango era rabbioso. Vedeva ancora lo sbirro calciare con forza quel posacenere gigante che veramente era una pentola tipo elmetto tedesco seconda guerra mondiale, e Fango sente ancora la testa esplodere e il sangue caldo inondagli le orecchie. Fango ricorda tutto!

Fango adesso rade molto alla spartana la testa dell’ex poliziotto.

Ecco bene così mi sembri zio Fester. Perfetto. Sei bellissimo!

Piange lacrime d’orrore mentre tira fuori dalla tasca il pennarello indelebile e disegna sulla testa rasata un pallone di calcio; colora di nero le parti nere e in una di quelle bianche non può evitare di fare una cerchiata con una evidente A. poi si mette in piedi in preda ad un pianto isterico soffocato in parte dalla mascherina. L’ex sbirro deve ringraziare il cielo che stasera fango abbia deciso di indossare delle anonime scarpe da ginnastica e non i pesanti anfibi con la punta in acciaio. Calcio. Pum! Calcio ancora. Pum! pum! E ancora. E ancora!

Ciò che aspettavamo nel 2012 l’avvento della profezia dei Maya, è passato. Ormai il Corona Virus è tutta la pandemia sono un ricordo in questo 2027, ma c’è un ex poliziotto corrotto che ancora fa fatica a sbottonarsi la camicia da solo!

Prima i guanti, poi la mascherina. Lavarsi le mani!