Giuseppe Alibrio

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Giuseppe Alibrio

Giuseppe Alibrio nasce a SOLARINO il 5 aprile 1943, in prov.di SIRACUSA, e vive a SIRACUSA. Figlio di contadini, nasce durante la II  guerra mondiale è conosce le privazioni a cui erano sottoposte le popolazioni di un’Italia divisa e insanguinata da Nord a Sud è tutt’ora porta su di se i segni inequivocabili di un’assurda guerra fratricida. Completati gli studi medi inferiori diventa operaio, funzionario di un’Ente pubblico, Consulente Assicurativo, Consulente Finanziario Internazionale e nel contempo intensifica gli studi privati di natura umanistica e letteraria con particolare affezione per le lettere e la poesia, che lo formano culturalmente. Il peregrinare per l’Italia intera e la conoscenza di nuovi ameni luoghi di cultura, anche geograficamente, e l’incontro con letterati e poeti ne completano la propensione a scrivere, prima per puro diletto e successivamente a voler dimostrare la forza consapevole che la parola scritta e la poesia può è deve esprimere la salvaguardia dei costumi e della lingua parlata. Affermazioni nel campo letterario lo vedono spesso viaggiatore consapevole di trarre profitto (gloria) da premi, menzioni speciali, diplomi, riconoscimenti, premi alla carriera ecc.ecc. E’ Membro Honoris Causa, per la sezione lettere e poesia dell’Accademia Federico II di Svevia, fondata a Corato   BA nel 1947. E’ membro del C.D.A.P., Centro Divulgazione Arte e Poesia di Roma. Ha ricevuto attestato e coppa al I° Premio Letterario ‘’ Poeti e Scrittori Sici-liani ‘’ B.Giuliana’’ di Caltanissetta, Vincitore della ‘’Palma d’oro’’ a Palma de Maiorca (Spagna), premiato da molte Associazioni Culturali,  Roma, Firenze, Catanzaro, Corato, Caltanisseta, Siracusa, Cassino, Viareggio ecc.ecc. per l’impegno assunto in campo poetico. Scrive, come sostiene, con apprensione in Vernacolo perché è una lingua che sta ristudiando. Non partecipa da oltre 15 anni a concorsi letterari per motivi personali dovuti a un incidente stradale che lo ha reso inabile nella deambulazione.

Commento di Stefania Aurigemma per l’editrice

Ci sono libri che evocano luoghi, sapori e momenti storici che accomunano le esperienze di molti e la suggestione che producono tocca, sin dalla lettura delle prime pagine, le corde giuste, incuriosendo e catturando, oltre che l’attenzione, anche e soprattutto l’anima del lettore. Il Grande Carrubo di Giuseppe Alibrio è uno di quei libri.

Il luogo in cui si svolge l’azione è un piccolo paese dell’entroterra siracusano, i sapori sono quelli semplici che generosamente offre la campagna locale e il momento storico è la seconda metà degli anni quaranta, il dopoguerra.

Metti il felice incontro tra un gruppo di ragazzi di città ed il padrone di casa, un giovane desideroso da tempo di dialogare e di confrontarsi con chi – a suo parere – ne sa un po’ più di lui, metti la voglia di raccontare una vicenda da brividi unita al gusto di godere, in un’afosa e calda estate, della frescura di un lussureggiante albero di carrubo ed ecco venir fuori una bella storia descritta in un libro semplice ma coinvolgente sia per l’atmosfera che crea sia per l’incalzare della storia che, ahimè, non è possibile qui svelare senza correre il rischio di tradire la suspance che sottende e sostanzia la trama di quest’opera.

Il cuore del romanzo è il dettagliato ed articolato racconto di una vicenda realmente accaduta proprio sotto quell’imponente albero testimone suo malgrado di vicende ora d’amore, ora di passione, ora di sangue.

Il padrone di casa cattura l’attenzione degli astanti – incantati dalla capacità oratoria del giovane, felice e intimamente realizzato nel raccogliere consensi e approvazione – in fervente attesa che sia svelato il mistero legato intimamente al luogo in cui loro hanno collocato le tende per trascorrere la notte.

Il gruppo, complice le tenebre e la protezione delle fresche fronde, tira fuori e dà voce alle proprie paure, ai sogni, alle aspirazioni e, questo sì possiamo svelarlo, vede nascere, complice l’atmosfera irreale e romantica, un tenero e delicato amore che il destino benevolo vorrà custodire oltre il tempo e le distanze, conservandone intatte le iniziali speranze.

Il Grande Carrubo è un bel libro che trascina il lettore in luoghi e tempi lontani: auguro a voi lo stesso coinvolgimento che ho provato io calandomi in un mondo rurale oramai desueto ma dai sapori e colori sempre vividi e caldi della tradizione.

Racconto visionario e note Claudio Vallone. Critico d’arte, scrittore e giornalista. Siracusa 17 Gennaio 2003

Scontro tra la visione sognatrice di un ragazzo di paese e l’evolversi dei tempi moderni, che avanzano: Le prime gite fuori porta, l’incontro con i ragazzi di città e il terrificante episodio narrato dal protagonista all’ombra delle fonde di un grande albero di carrubo, scelto per trascorrervi le afose estati siciliane in solitudine, ma in costante compagnia della fantasia del protagonista.

Esaltante l’incontro tra il protagonista Salvatore e Grazia, due poeti in erba che in amorevole simbiosi decidono di scambiarsi i dialoghi fra loro in versi da giovani presunti innamorati, quali erano.

A loro fa da contorno il delicato affetto della madre del protagonista e l’attenzione rumorosa di un gruppo di ragazzi della città capoluogo della Provincia, del profondo Sud Italia.

La guerra funesta e l’omicidio furono protagonisti rimarchevoli assieme alla natura infranta dalla calura dei luoghi del racconto, la stima e l’affetto assieme all’amore  e l’abbruttimento dei fatti narrati dal giovane protagonista ne fanno un thriller visionario arcaico carico di ignoranza e superstizione.

Un’esaltante incontro fortuito tra i protagonisti principali (presunti innamorati) che a distanza di trent’anni completano l’agognato sogno  del ricercato piacevole incontro fra i due in un ricercato pregevole scambio di complimenti in versi e finalmente il completamento dell’ amore fra loro.

Allorquando, tempo addietro, alcune persone amiche mi parlarono d’un certo Alibrio, a sentir loro poeta fra i più versatili ed emergenti di Sicilia di questi ultimi anni, la mia unica preoccupazione fu quella di dimenticarne al più presto. Il mondo in cui viviamo è affollato anche (purtroppo) da una miriade di stralunati sconosciuti convinti d’essere la reincarnazione (quel diavolo di Steiner ! ) di Foscolo e Leopardi, con la fissazione d’essere stati  ‘’ toccati ‘’ da qualcuna delle figlie di Giove e Mnemosine, Erato e Calliope per la gran parte ! Il mio cestino non ne può più.

Non è stato così con questo nuovo cantore siciliano. Nelle ultime settimane, il mio tavolo è stato investito da un’alluvione di sillogi, poemetti, cantiche, versi in vernacolo, in madre lingua e quant’altro. (vatti a fidare di certi amici !). A tutta prima sono stato preso dallo sgomento, trasformatosi presto, tuttavia, in vero stupore davanti a questo ‘’ fenomeno ‘’ che, da un canto si mette sotto i piedi quasi tutta la produzione poetica del Novecento (ch’egli, fra l’altro, deve aver studiato e metabolizzato a dovere), e dall’altro si prende lo sfizio di verseggiare persino in rime baciate. Come dire : una bestemmia, per certi critici d’oggi.

La cosa più sorprendente è che questo Alibrio sembra possedere un vena inesauribile, una fantasia inarrestabile, il tutto condito da una ispirazione sempre vivida e fresca come acqua di fonte. E tanto potrebbe bastare. E, invece, non basta.

Il fatto è che sono stato invitato a dire la mia sull’ultima fatica ‘’ alibrina ‘’ che, ho sotto gli occhi. E non è robetta da poco. Perché questo diabolico scrittore solarinese (cioè, siracusano) , non contento di scrivere versi a ripetizione, ha ritenuto giunto il momento di cimentarsi anche nella narrativa. Nulla da obiettare se mi fosse stato chiesto di recensire un romanzo. Nossignori ! Perché quello di Alibrio non è un romanzo  vero e proprio. C’è dentro, manco a dirlo, tanta di quella poesia da farti accapponare la pelle. E dunque : non

è un romanzo, e neanche una cantica. E’ una specie di ‘’ ibrido ‘’ tra due forme letterarie che dovrebbero fare a pugni fra di loro. Ecco spiegato l’aggettivo  ‘’ diabolico ‘’ usato sopra.

In altri termini, mi sono trovato davanti ad un autentico  ‘’ prototipo ‘’ letterario, forse il primo venuto al mondo in quest’epoca in cui tutto sembra permesso ormai nel mondo delle arti e delle lettere. Così, al cospetto d’una simile novità, che non è né carne né pesce, le perplessità si fanno strada da sole.

Questo, per quanto attiene alla forma. Ma non è tutto. E’ il contenuto, più ancora del contenente, che ti lascia allibito. Perché il fatto narratore è nient’altro che un ‘’ giallo ‘’ della migliore (o della peggiore, fate voi) specie. In poche parole. Un gruppo di ragazzi in gita nelle campagne attorno a Solarino, trova modo di fare  amicizia con un giovane ‘’ indigeno ‘’, nella casa di questo narratore, che non c’è ombra di dubbio, è lo stesso autore dell’ibrido.

Nasce, fra di loro, un’amicizia che porterà i ragazzi a stare insieme, un’intera notte, ad ascoltare una lunga, atroce storia accaduta nel luogo dell’incontro : l’aia contadinesca nella quale troneggia un grande  carrubo (che dà il titolo all’opera). E poiché, fra i ragazzi venuti dalla città, ce né una, Grazia, che ama la poesia, il narratore, ad onta delle sue origini proletarie può dar sfogo alla sua vena poetica custodita nel cuore sin da bambino.

E allora ecco  nascere l’ibrido : nei dialoghi di cui è pieno il libro, quello fra Grazia e Salvatore, si svolge sempre in versi…

Non ritengo di poter dire di più, perché il  ‘’giallo’’ della storia non me lo consente ; ed è bene che chi avrà la voglia di leggere rimanga in sospeso sino alla fine, prima di conoscere la terribile verità.

Un libro ostico e divertente al tempo stesso. La perplessità, ripeto, sono tante e, talvolta, sembrano addirittura insormontabili. Ma Alibrio si dimostra un vero ‘’ mago ‘’ dell’ ibrido.

E tutto il lavoro merita rispetto e attenzione.

Il vero giudizio lo darà, come sempre, il lettore senza dimenticare i risvolti poetico – amorosi del protagonista e la sua “Grazia” ritrovata dopo trenta anni di inutili ricerche in modo alquanto piacevole e in età matura, ma senza dimenticare ciò che li ha uniti per sempre “la poesia” e ed il buon gusto della vita amicale.