Nancy Christinsen

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Nancy Christinsen

Nancy Christinsen: Nasce nella provincia di Milano nel ‘65. Consegue il diploma di maturità all'Istituto d’Arte di Milazzo. Scrive da sempre, per esprimere il suo mondo interiore. Diretta per natura, trasferisce questa sua caratteristica alla narrazione. Cittadina del mondo. Si è allontanata in età giovanile da Cologno Monzese, percorrendo in lungo e largo la penisola. Attualmente vive nella provincia di Lecce. “Dall’altro lato del tempo” è il suo primo romanzo. Ha partecipato alla Antologia di racconti de L’inedito letterario “La maschera di carminio ed altre storie”. In questo romanzo rappresenta in qualche modo le sue convinzioni riguardo alla reincarnazione delle anime.

PUNTO DI SVOLTA

A parer mio non è poi così difficile scivolare sulla china della droga, inizi con uno spinello per sentirti “grande” e in meno che non si dica ti ritrovi a far uso di cocaina. Beh, non è così automatico, ci vuole una certa propensione a farsi del male gratuitamente e, adesso lo so, una facilità a farsi persuadere che puoi smettere quando vuoi. Non c’è niente di così sciocco e ingenuo come il pensiero di una adolescente. Magari puoi fare grandi cose, perché sei intelligente e sei nata in una famiglia agiata, ma chissà perché si sceglie di seguire sempre l’istinto peggiore. Forse è un passaggio obbligato, o forse semplicemente il tuo destino.

Un giorno dei tanti apri gli occhi, ti prepari per andare a scuola e trasformi di colpo la piega che avrebbe preso la tua vita, se avessi compiuto scelte diverse.

– Che ti succede Giada, il tuo sederone stava per schiacciare la rana? Mi canzona Tallarico con quel suo ghigno malefico.

Tallarico… che nome!  Se non ce lo avessi davanti, sottile come un giunco, stenterei a credere che esista un ragazzo che si chiama in questo modo.

Nel frattempo la rana ha iniziato a saltellare e a gracidare sui banchi dell’aula e solo dopo l’impegno dei miei compagni e del professore sopraggiunto, si è riusciti a metterla in un sacco, attualmente poverina, prigioniera nell’ufficio del preside.

Eccolo qui il mio problema primario: un ragazzo ripetente che mi tormenta da inizio di anno.

Sono grassa e secchiona, pertanto oggetto di scherno.

– Allora Masi, come la mettiamo? Ha intenzione di ripetere la terza media per la quarta volta? Tuona il preside in quel lontano presente quando ancora gli insegnanti potevano fare la voce grossa.

Tallarico tace a testa china, ma si vede lontano un miglio che non gliene frega nulla dei rimbrotti di un anziano preside che tra l’altro non vede l’ora di andare in pensione.

– Devi smetterla di tormentare questa povera creatura. Si può sapere che cosa ti ha fatto di male?

Non sto neanche a sentire la risposta, mi estraneo semplicemente. Non è che non me ne importi, è solo che lui si aspetta di vedermi strillare dallo spavento con i suoi stupidi scherzi, ma io sono cresciuta in campagna, nemmeno i topi mi fanno impressione. Sono solida nel corpo e nella mente.

Le molestie vanno avanti per tutto il periodo scolastico: una volta è un grillo, un’altra una coda di lucertola, un’altra ancora la sparizione dei pennarelli o del diario. Fino a quando succede l’impensabile.

Perdo la testa senza nemmeno rendermene conto e lo spingo cogliendolo alla sprovvista. Tallarico arriva a faccia in giù sul pavimento del corridoio della scuola ed io mi ci siedo lestamente sopra con tutto il mio peso, spiaccicandolo a stretto contatto con le mattonelle a forma di losanga. Ma questo non mi basta: lo prendo per i capelli e inizio a strapparglieli tra le incitazioni degli uni, e le risate degli altri compagni di classe, che nel frattempo hanno fatto capannello.

Questa volta finisco io in direzione, con una brutta nota di biasimo sul diario e una sospensione da scuola per quindici giorni. Eccolo là il mio primo punto di svolta. O forse no. C’è da mettere anche in conto quando da piccina, piccina, feci volare il gatto dal balcone di cemento della cascina di mio zio per vedere se è proprio vero che i gatti hanno sette vite.

Nonostante l’episodio supero l’anno tranquillamente. Sono molto brava in quasi tutte le materie e i professori non se la sentono di bocciarmi, anche perché sospetto che qualcuno di loro sotto, sotto, è solidale con la mia ribellione. Magari ne contestano i modi, ma sono sicura che se potessero mi direbbero: sei stata in gamba a non soccombere!

Adesso Tallarico china la testa quando mi scorge ed io lo canzono con un motivetto di sfottò creato giusto per lui. Che genio! Riesco anche a comporre musica e versi.

Finisco il triennio delle medie con una nuova consapevolezza di me stessa e sedici chili di meno. Alle superiori sono la più alta e strana della classe. Indosso pantaloni di pelle nera fascianti e giubbotti chiodo dello stesso colore. Ho iniziato persino a fumare Marlboro. Nessuno pensa più a farmi scherzi, ma piuttosto a portarmi a letto.

Giordano si insinua nel mio cuore di soppiatto. Le sue attenzioni mi lusingano e stuzzicano il mio ego: e questo è sicuramente il mio secondo punto di svolta.

– Come ti chiami?  Esordisce semplicemente.

Nessuno si era mai interessato al mio nome, sono sempre stata appellata dai professori e dai ragazzi col cognome.

Eh, già. Molto impersonale.

– Giada.  Rispondo sorridendo.

– Stasera do una festa a casa mia, ti va di venirci?

Scosto la schiena dal muro del corridoio della scuola cui sono spavaldamente appoggiata e mi avvio verso l’aula di matematica. Nicchio un po’ prima di rispondergli, facendo passare i testi di geometria analitica da un braccio all’altro, in un palleggio dovuto all’improvviso imbarazzo.

– Perché no? Rispondo volgendo il capo in avanti, mi sento calda in viso, sono sicuramente arrossita.

– Ti scrivo l’indirizzo.

–  Mi raccomando. Aggiunge mentre mi porge il foglietto di carta.

Per l’occasione mi sono vestita in maniera morigerata, mi sto facendo accompagnare da mio padre e non voglio farlo impensierire più di tanto. Va beh, che i jeans strappati sulle ginocchia e gli scarponcini neri con le borchie non sono il massimo della femminilità, ma io sono più un maschiaccio che una ragazza.

– Ti passo a prendere a mezzanotte, e tirati su la cerniera del giubbotto, rischi di prendere freddo all’ombelico con quella magliettina striminzita! Mi rimprovera mio padre in maniera severa, cercando di mantenere il punto.

In realtà è buono e dolce come il pan di spagna, e infatti, si ammorbidisce subito non appena gli schiocco un bacio sulla guancia.

Sono figlia unica, la gioia per gli occhi di mamma e papà. Devo dire che fino ad ora non ho disatteso le loro aspettative. Ma i segnali di un mio cambiamento interiore avrebbero dovuto insospettirli dopo l’episodio delle medie. Eppure non ho avuto modelli violenti cui attingere, anzi, solo buone maniere ed estrema gentilezza. I miei genitori sono calmi e solari, di solidi principi ma non bacchettoni. Sono i genitori del Mulino Bianco.

L’immagine di mio padre che mi guarda mentre apro lo sportello dell’automobile, è l’ultimo ricordo di un suo sguardo sereno.

Quando arrivo a casa di Giordano  non ho bisogno nemmeno di bussare, la porta si apre portando con sé una ventata di trambusto.

– Ciao, ero impaziente di vederti.  Mi confessa Giordano candidamente mentre si sposta di fianco per farmi entrare.

– Anch’io.

Forse sono stata incauta, dovevo tenerlo sulla corda, ” tirarmela” di più.

Comunque ormai è fatta, poche pippe e goditi la festa. Dico a me stessa.

Nel salone ci sono circa una quindicina di coetanei, tra ragazze e ragazzi. Alcuni sono appoggiati alle pareti, intenti a “limonare”, altri hanno tra le mani sigarette e bicchieri a base d’alcol.

Giordano mi prende sotto braccio e mi fa sedere sul divano d’angolo, con  due suoi amici.

– Sai come si fa?  Mi chiede il biondo mentre rolla uno spinello.

– No, ma che sarà mai!  Passamelo che faccio un tiro.

Il biondo mi guarda mentre un ghigno gli si stampa in viso.

Naturalmente tiro troppo e troppo in fretta. Tossisco malamente, nascondendo il volto col braccio per la vergogna.

– Prova questo, ti tirerà su. Mi dice Giordano mentre mi fa vedere come si lecca il sale messo sul dorso della sua mano chiusa a pugno e contemporaneamente mi porge il bicchierino di vodka.

Il terzo non spiccica parola, si limita semplicemente a fissarmi per vedere se sono capace di ingollare la vodka.

Non me lo faccio ripete due volte.

Chissà perché lo faccio, non mi piace né bere né fumare canne.

Risultato: quando mio padre viene a prendermi sono piuttosto alticcia. Sono così “sballata” da non capire nemmeno una parola di ciò che mi dice mentre mi riaccompagna a casa.

Quante volte avrei rimpianto quel momento!

La prossima tappa è di andare a letto con il biondo. A stento mi ricordo il suo nome, ma se voglio essere figa, devo passare per il battesimo del fuoco. Credo che accoppiarsi come fanno le bestie sia la cosa più squallida che possa esistere. Questa decisione mi ha fatto “perdere” Giordano, ma il biondo è il maschio alfa del gruppo. Torno a casa con un fastidioso bruciore in mezzo alle gambe e una strana sensazione di sdoppiamento. Una nuova personalità ha preso il sopravvento.

Trovo i miei genitori intenti a guardare il telegiornale e a commentare come la generazione giovanile sia profondamente cambiata.

– Per fortuna che non sei così. Dice mia madre mentre mi siedo sul divano accanto a loro.

Già. Ma così come?

Ben presto il biondo ed io iniziamo a far coppia fissa. Ciò comporta un rapporto sessuale e uno spinello al giorno. Al disagio iniziale si è sostituita l’euforia della femmina alfa.

Inizio a voler provare  sensazioni sempre più forti e fuori dagli schemi convenzionali, per distinguermi dalle mie coetanee, ragazze che considero puerili e infantili. Per questo quando il biondo mi propone un menage a tre, accetto senza pensarci due volte. Peccato che il terzo non è un ragazzo, ma un adulto bello che fatto. Tento di sottrarmi all’accordo ma rimedio solo un paio di sberle che mi ammansiscono e mi fanno capitolare. Non mi sento più tanto figa ora: violata nel corpo e nella psiche. Decido di stare alla larga dal biondo e da tutto ciò che il suo mondo comporta. Posso ancora farcela, non sono ancora così “marcia”. Naturalmente non posso confidarmi con i miei genitori, ne morirebbero.  Con un po’ di fortuna il tempo rimetterà le cose a posto.

Niente di più sbagliato: il mese seguente inizio a sospettare di essere rimasta incinta, due mesi dopo ne ho la certezza. Devo fare qualcosa, prima che la pancia diventi troppo grossa. Torno dal biondo, l’unico che può aiutarmi. E in effetti, mi procura trecentomila lire e un indirizzo dove andare.

La donna mi dice di essere un’ostetrica in pensione, che a questo punto della gravidanza abortire è pericolosissimo e che forse dovrei ripensarci. Le porgo i soldi irremovibile, non posso pensare di tenere un bambino che potrebbe essere di quell’essere viscido dell’età di mio padre. Le spiego tutto omettendo il fatto di esserne stata in un primo momento consenziente, in pratica le faccio credere di essere caduta in un agguato. Le dico anche che essendo minorenne non posso rischiare che i miei genitori non diano il consenso all’aborto.

Mi sveglio con un senso di nausea e un forte dolore alla schiena. In fondo alla stanza, in un catino, una massa informe di materia gelatinosa. Distolgo lo sguardo e mi concentro sul mio ventre contratto, felice di essermi liberata dall’intruso che albergava dentro di me. In qualche modo riesco a tornare a casa, ma la tregua dura poco. Durante la notte una grave emorragia costringe i miei genitori a portarmi all’ospedale. Se fino allora ero riuscita a tenere la situazione sotto controllo, ora non posso più nascondermi.

Sprofondo in un ostinato mutismo, mentre lo sguardo di mio padre diviene sempre più doloroso. Ma come posso giustificarmi? Meglio fare scena muta. E poi non ho tempo di occuparmi dei sentimenti altrui, devo leccare le mie ferite.

Quando soffri non hai spazio nella tua vita per gli altri, meno che mai empatia.

A mano a mano che le ferite del corpo guariscono, quelle della mente si fanno sempre più profonde. Che mi succede? Perché mi sento come se mi fossi strappata il cuore? Non voglio più pensare, non voglio più soffrire: ed ecco un nuovo punto di svolta.

Lo spinello non può più bastare, è meglio l’eroina forse.

Tanto, posso smettere quando voglio. Mi dico.

Ma non andò così: diventai una drogata disposta a tutto per una dose. Più di una volta tentai la disintossicazione, ma nemmeno la morte di mio padre per crepacuore riuscì a fermarmi dal declino della vita.

Tuttavia lassù, qualcuno mi ama. Una overdose mi portò sull’orlo della morte e fu la mia salvezza.

I mesi del coma, diciotto per l’esattezza, riuscirono a far sì che il mio corpo si ripulisse.

Quando riaprii gli occhi Giada era tornata, e con lei la consapevolezza di chi fosse.

Non sono ancora riuscita a rielaborare la morte di mio padre e non so se mai ci riuscirò in questa vita, ma ora sono diventata madre e moglie e una parte dei miei errori sono stati in qualche modo azzerati. Ho faticato molto nel mettere al corrente mio marito del passato, ma lui mi ha trattata come il figliol prodigo della famosa parabola.

Tutti i giorni mi alzo con la consapevolezza del grande dono concessomi e tutte le sere vado a dormire con una richiesta di perdono a quel grande uomo che mi ha messo al mondo. Ora la mia vita scorre per il verso giusto e questo è il più grande punto di svolta: l’ultimo.