Silvana Campese

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Silvana Campese

Silvana Campese vive e lavora a Napoli, dove è nata nel dicembre del 1948.  Artista esuberante ed eclettica, della nutrita produzione letteraria – saggistica, poesia, narrativa - ha pubblicato articoli, poesie, recensioni di libri e lavori teatrali in “Mani-festa”, rivista d’arte, cultura e spettacolo, della cui redazione ha fatto parte per alcuni anni; il romanzo “Prisma” (ed. Marotta – 2001), la raccolta di racconti “Strada facendo” (ed. Guida – 2002), l’epistolario “Contrappunto per soli timpani e oboe” insieme all’amico poeta Lello Agretti (ed. Vozza- 2010), il romanzo  “Il ritorno di Cisarò” (ed. Youcanprint Self Publishing- 22013). Fa parte dell’Associazione “L’Inedito Letterario” con la quale collabora e nelle cui antologie di racconti e di poesie partecipa con lavori propri. Sin dai primi anni ’70  ha fatto parte in qualità di socia fondatrice della Cooperativa “Le Tre Ghinee”/Nemesiache, poi diventata Associazione, formata da sole donne artiste e femministe e dedita alla ricca produzione di opere letterarie, teatrali e cinematografiche ed all’organizzazione di eventi culturali ed artistici, anche per il recupero del territorio, del mare e dell’ambiente in genere. Quasi tutte le Nemesiache avevano ed hanno un nome tratto dal mito. Silvana Campese è Medea. “LANEMESI DI MEDEA” è l’ultima sua fatica letteraria che nasce dal desiderio di dare veste editoriale alla storia di mezzo secolo del gruppo storico femminista napoletano dal 1968 al 2018.

IL  NAUFRAGIO

Quel che più l’opprimeva era il fatto di aver perso gli occhiali.
Da troppe ore ormai vagava in una sorta di nebulosa, anche se a tratti gli sembrava di distinguere qualcosa all’orizzonte. Un orizzonte neanche tanto lontano, dopo tutto, sempre ammesso che quel giorno fosse “il giorno dopo”. Ma era solo un abbaglio, l’orizzonte… Una illusione “ottica”. Il fatto è che in quel luogo, nel raggio di almeno trenta chilometri, non c’era un bel niente! E meno ancora nella sua testa.
Portava spesso la mano sulla fronte e la piazzava a mo’ di protezione dalla luce di un sole tanto avaro quanto inesorabile, nella speranza di migliorare anche la vista. Lentamente ruotava il capo a destra ed a manca, cercando di coprire tutti i trecentosessanta gradi. Balbettava qualcosa, chiamava qualcuno…
L’andamento era lento e calmo, a parte qualche lieve sussulto per un capriccio di vento. Ma le previsioni del tempo non erano delle migliori la sera prima.
La sera Prima? Era o non era il giorno dopo? Con indicibile sforzo cercava di capire: ricordava a stento qualcosa, incominciava a funzionare, finalmente, quel suo cervello naufragato nel mare della smemoratezza che si lasciava trasportare nella ciotola del cranio esattamente come lui nella tinozza. O cos’altro poteva essere? Aveva le idee così confuse! Ok! Dopo una serata molto, molto allegra, erano andati a dormire oltre le due, ciascuna coppia nella propria cabina, non senza aver fatto programmi per… “oggi”!? Il giorno del diciassettesimo anniversario del suo matrimonio. A fine aprile, a Napoli. Tre coppie di amici. Amici da sempre, dai tempi del liceo: Sandra e Piero, Giacomo e Fausto, lui e Beatrice.
Gli veniva in mente il sorriso intrigante di Sandra ed il fremito di eccitazione che sempre provava quando i loro sguardi si incrociavano in presenza di Beatrice e Piero.
Il destino aveva voluto così? Tutti morti, tranne lui? E gli altri, quelli dell’equipaggio? Possibile che fosse il solo ad essersi salvato? Possibile che anche loro, Sandra e Beatrice, fossero annegate e amen? E Giacomo, con le sue amatissime caviette che si portava ovunque, persino in barca? E Fausto, con tutto il suo armamentario per le loro notti erotiche e trasgressive?
Guardare il mare lo rendeva nervoso. Gli aveva sempre messo un po’ di paura, il mare, con quei suoi misteriosi fondali, che preferiva ignorare al punto di rifiutare sempre l’entusiastico invito ad indossare maschera e pinne o quant’altro per una breve immersione in apnea. Dove poi non erano visibili dal di sopra e non raggiungibili in altro modo che con un equipaggiamento per immersioni profonde e lunghe, non riusciva neanche a nuotare perché lo prendeva il panico. Gli sembrava sempre che da un momento all’altro uno squalo o un altro pericoloso abitatore del mare potesse risalire velocemente, raggiungerlo in tempi brevi, acchiapparlo stringendolo in una morsa inesorabile e dolorosissima, risucchiarlo verso il fondo, giù, sempre più giù, mentre il suo corpo maciullato lasciava una strisciata di sangue che si schiariva allargandosi nell’acqua in pochi secondi. Ora poi… in pieno naufragio e senza occhiali! Tuttavia, ogni tanto, osava abbassare lo sguardo sulle piccole onde che lo circondavano, timide, quiete e tranquille, presumibilmente ancora per poco. In realtà sapeva che quand’anche nel mare in un raggio di trenta, quaranta metri ci fosse stata qualcosa di visibile ad occhio nudo, a lui sarebbe sfuggita perché la sua miopia era molto importante, per così dire. Per la verità lo era stata anche quella mentale… avrebbe dovuto ascoltare la povera Beatrice e farsi operare. Invece, ecco qua, ora al tutto si aggiungeva il fatto di non poter scorgere neanche la improbabile isola delle vignette. Almeno ci fosse quella, uno scoglio in mezzo al mare, con la palma per fargli ombra e dargli il cocco della sopravvivenza, mentre il fil di fumo segnala l’approssimarsi del battello che lo salverà, lo sfortunato naufrago con la immancabile barba di due…

ALLEGORIA DELL’UOMO QUALUNQUE

Entrò in quel portone come nell’antro di Polifemo. Ma lui non era Ulisse. Proprio no. Lui era un uomo tranquillo o, meglio, aveva sempre pensato di esserlo e mai, prima di allora, si era trovato nell’attuale infelice stato d’animo. Dal maledetto giorno in cui aveva incontrato Solange aveva perso la pace e pure il sonno. Faticava a non perdere anche il senno.
Capelli di seta, lucenti e morbidi, occhi di cerbiatta, con lunghe ciglia ad ombreggiare seducenti gote di porcellana, quando gli capitava di intravederla tra la folla, ne distingueva subito la chioma, un guizzo d’oro in un fiume al tramonto. Il cuore prendeva allora a danzare nel petto e poi a fare capriole fino quasi ad impedirgli il respiro. A mano a mano che la chioma procedeva ed egli distingueva il volto di lei, perle di sudore gli scendevano lungo le tempie pulsanti. Quando poi le era ormai così vicino che avrebbe potuto fermarla con una scusa dopo il veloce saluto, appena un cenno della mano, cui rispondeva il misurato sorriso di lei, restava lì, voltandosi lentamente, come in trance, senza riuscire a fare neanche un passo per seguirla, magari raggiungerla, inventare una scusa plausibile, agganciarla in qualche modo… gli si paralizzava tutto. Un ebete e poi, dopo qualche giorno, un pazzo, un pazzo nevrotico ed insonne.
Non aveva mai avuto problemi di approccio con le donne. Non che fosse propriamente uno sciupafemmine, tuttavia non gli era mai accaduto quel che ora sentiva e che cresceva a dismisura, ingovernabile ed ingombrante.
Salì le scale fino al terzo piano. L’ascensore gli metteva paura da sempre. Bussò a quella porta ed attese. Lo scatto gli permise di spingere l’uscio che sembrò opporgli resistenza ma in realtà gli mancavano le forze e si sentiva debole, soprattutto negli arti, tanto che lentamente si accostò alla scrivania della giovane in camice bianco e  vi si appoggiò con le mani  sperando che i polsi sostenessero il peso della sua persona, appena in tempo prima di sconocchiare. In effetti ce la fece, anche se il gomito sinistro venne meno per qualche istante e fu sul punto di abboccarsi. Si presentò, fu invitato ad accomodarsi nella saletta d’attesa, rimase inerte sulla poltrona per alcuni interminabili minuti. Si guardò intorno, fissò a lungo senza vederli, i quadri alle pareti, giusto per darsi un contegno. La nebbia che lo circondava fu squarciata dal rumore secco della porta e venne introdotto dalla giovane nello studio del medico. Non c’era nessuno e prese posto, in attesa che quello rientrasse dal luogo in cui per una qualche ragione si era recato assentandosi per qualche attimo, come gli fu detto dall’assistente. Rimase così con le porte chiuse per un tempo che gli parve infinito.
Aveva conosciuto Solange alla presentazione di un libro, un mese prima, e ricordava che, dopo averne impresso il nome in modo indelebile nella mente, gli era del tutto sfuggito il cognome. Quel nome già di per sé lo aveva stregato, giungendogli alle orecchie e poi nell’anima come una musica. Ripeterselo nella testa era ascoltare una melodia ancestrale e profonda, era un esercizio di meditazione yoga, come quando ad occhi chiusi, seduto sul tappeto, con la schiena appoggiata lievemente alla parete ed il capo chino, il suo mantra lo trasportava con tutta la forza evocativa e magica di cui era capace nel luogo più interno, intimo e profondo dell’essere.
Dopo quella sera l’aveva rivista e subito riconosciuta, con un balzo nel petto, lungo il percorso che faceva al mattino per recarsi al lavoro. Si era poi domandato come fosse possibile averla ignorata fino ad allora, non averne mai notato l’andamento, la bellezza e l’eleganza, non essersi mai accorto della periodicità di quegli incontri, non aver messo a fuoco la sua immagine che ora, viceversa, gli si stagliava netta tra la folla mentre tutto il resto intorno andava in dissolvenza.
Quando una donna gli piaceva in genere non si dava da fare. Ma, se quella si mostrava interessata a sua volta e se decideva di corteggiarla, non esitava a studiarne le abitudini per creare occasioni e con una sufficiente disinvoltura le sfruttava nel modo migliore, con quella mascherata intraprendenza che piace al gentil sesso perché gli concede ampio spazio di manovra per mettere in campo giochi e strategie, per darsi tempo, per conservare il primato nella seduzione mostrando ora sussiego, ora disponibilità civettuola ma moderata, ora larghi sorrisi promettenti cui possa tuttavia senza contrasto seguire una sincopata resistenza di per sé ed a sua volta ammiccante e seducente.
Con la sua Solange, invece, non era riuscito ad andare oltre il cenno della mano, accompagnato dal movimento del capo e da uno sguardo sospeso, a metà tra lo stupore e la timida richiesta di aiuto. Aiuto nel dargli una possibilità, nel rispondergli con un sorriso appena più significativo…

IL COLLEZIONISTA

Da molto tempo aveva perso l’esuberanza spavalda ed incosciente della giovinezza, dando spazio alle costruzioni complicate e contorte della mente adulta. Quelle che in molti chiamano “maturità” ovvero “esperienza”. Tuttavia in una zona segreta del cuore viveva semi-clandestino il desiderio di abbandono e trascorreva il tempo in letargo, raggomitolato, avvolto e cullato dalle calde pulsazioni del cuore. Come un embrione in crescita silenziosa e lenta.
Di tanto in tanto frullandole nel ventre, come un passerotto ancora implume, pigolava qualcosa e a lei sembrava che le stesse suggerendo di lasciarlo evadere per alimentare speranza di voli e sogni di primavera in fiore. Per guidarla altrove, dove darsi insieme al dolce incanto delle emozioni libere. Ed ogni volta che per tenerezza o per pietà lo aveva assecondato, aveva poi dovuto correre per ogni dove, riacchiappandolo infine e riportandolo alla ragione. Ma quello, come un folletto agile e birichino che, se gli dai appena un poco, subito si prende tutto, ogni spazio, ogni tempo, ogni licenza, la beffeggiava, facendo capriole.
Malizioso, libertino, provocatore nato, quel folletto alla fine rientrava in gattabuia e lei si ritirava nell’ordinario svolgersi delle cose, sfinita e disillusa,  a leccarsi le ferite per la sfrenata corsa tra cespugli di rose e di rovi.
Si ritrovava poi tutta lì, in quell’angolo della memoria che accoglie i desideri perduti, i sogni infranti e le illusioni andate in pezzi.
Attrarre un uomo fuori dalle regole di caccia, che cerchi in lei tutta la tenerezza di un incontro speciale, ben oltre le abitudini di verifiche e di conquista. La bellezza dei suoi spavaldi e rigogliosi anni le si offra scavalcando i recinti generazionali e gioisca nel cantare insieme a lei la meraviglia di una breve ed intensa storia, fuori dagli schemi e senza premesse o presupposti. Liberi entrambi dalle ambiguità del mercatino dei sentimenti, fuori dai reciproci accomodamenti per non soffrire di solitudine.
Con Alberto, quel monologo triste, che i maschi praticano nella smania di gratificanti verifiche, le era parso un gioco infantile, sulla spinta dell’attesa e delle fantasie, una sorta di biglietto di presentazione a confermare l’eccezionalità di un desiderio ingovernabile e gonfio che la sua “incredibile sensualità” scatenava ancora: lei, bella signora spumeggiante e solare ma notoriamente irraggiungibile, lui splendido esemplare di giovane maschio con l’animo d’artista, vibrante nei versi e nel canto. E quelle dita abili sulle corde della chitarra ora cercavano il suo misterioso pentagramma per impadronirsi di una musica agli altri proibita, custodita nello scrigno che si fa più prezioso quanto più la femminilità sembra segreta.
Ma Lorenzo le si era accostato visibilmente eccitato e senza preliminari aveva esibito con orgoglio virile le dimensioni del suo sesso.
La storia era precipitata prima ancora di nascere, abortendo nell’espulsiva spinta del sesso fine a sé stesso che non aveva mai trovato spazio in lei.
Ora era sola, nel rifugio della sua tana ed il folletto smaniava non per evadere quanto piuttosto per essere al più presto risucchiato e risalire, attraverso il luogo dell’oltraggio. Per riprendere velocemente il letargo interrotto, riaccolto, riavvolto, ed ancora cullato dalle pulsazioni del cuore.
La memoria a quel punto esplodeva in una miriade di schegge impazzite che rovinavano   spegnendosi come faville di brace sulle pagine scolorite della sua ultima lettera d’amore. Un addio. Dopo di allora, s’era detta, non avrebbe scritto mai più ad un uomo e neanche avrebbe più permesso a nessun maschio di prendersi gioco di lei.
“Caro Lorenzo
se le tue parole fossero manciate di coriandoli a rallegrare i giorni del mio Carnevale solitario e perenne, danzerei per te la tarantella e con nastri e ciambelle ti parlerei di quando e come e perché, per insegnarti quel che ancora non sai delle donne e di me che sono Donna.
Ti renderei più forte ad affrontare l’ambiguo gioco di ogni storia d’amore e lenirei quell’ansia dolorosa che ancora circonda il cuore del bambino deluso e abbandonato a chiedersi il perché.
Ti cullerei e ti farei sentire…

LA NEMESI DI MEDEA

Nemesis: la femminilità originaria, l’indomita natura ribelle senza alcun limite è l’immagine che noi Nemesiache vogliamo riprendere di noi stesse e la possibilità che a livello storico oggi vogliamo assumere. Inventeremo e creeremo la nostra lotta come la nostra sessualità come la nostra cultura. Così affermava Lina e quante, quante volte ed in quanti, quanti linguaggi lo ha espresso!
Quanto alle sue esplosioni, si verificavano all’interno delle dinamiche familiari, relazionali e soprattutto nel nostro gruppo, per tutto ciò che la indignava, per comportamenti di altre/i che considerava in qualche modo intollerabili, sbagliati e ingiusti dal suo punto di vista. Diventava una furia. E non è un modo di dire. Tant’è che in quelle circostanze, cui per fortuna mi è toccato assistere poche volte e che non mi hanno mai riguardato direttamente, pensavo che il nome mitologico scelto per sé stessa non rappresentasse la sua complessità psicologica. La dea Nemesi non era una furia, in lei non c’era furore, come in Aletto. Però in Lina c’era alla grande proprio il senso nemesiaco di giustizia storica, della ridistribuzione di torti e ragioni per raggiungere finalmente l’armonia!  ‘Aletto’ sarebbe stato veramente riduttivo.
Astrid, cuore di nonna, con  tutto quel suo disegnare sulla spinta della immaginazione, della ambita riproduzione di una natura sorprendente, coloratissima e rigogliosa, con creature fantastiche quietamente gaudenti o gioiosamente galoppanti in un mondo incontaminato e fiabesco, unicorni dell’acqua, del verde, del fuoco, dell’aria, della pietra e del vento, magicamente si collegava a quanto stavamo portando avanti proprio in quei giorni, come Associazione “Le Tre Ghinee”/Nemesiache, Niobe ed io. Ovvero la realizzazione del mio desiderio che divenne poi il nostro programma di intervento, azione e partecipazione all’evento globale previsto per il 29 novembre 2015.
Appena lo avevo comunicato a Teresa, ne aveva apprezzato la forte valenza politico/ecologica. Questo, del resto, si verificava puntualmente, ogni volta che la mettevo al corrente di una mia idea, un progetto in nuce o le sottoponevo un mio scritto, una ricerca fatta, un testo che fungesse da canovaccio per una azione politica, per una performance teatrale.
Con quel progetto avrei voluto ed avremmo potuto partecipare alla Marcia Globale per il Clima, proposta da Avaaz e in preparazione con eventi in tutto il mondo. Lo intitolammo “In Marcia per il Clima con la Musica, la Poesia…la forza dell’Arte”.
Il 30 novembre a Parigi ci sarebbe stata la 21° Conferenza delle Parti Onu sui Cambiamenti climatici. A 6 anni di distanza dal vertice di Copenaghen. Il 29 novembre 2015, in Piazza del Plebiscito, a Napoli, realizzammo quindi una manifestazione articolata, scegliendo ovviamente la forma che più ci è consona: artistica e poetica. L’evento inoltre si era andato arricchendo di collaborazioni e proposte, grazie all’adesione di persone entusiaste e soprattutto di artiste ed artisti dai molteplici linguaggi e forme espressive.  Che non mancherò di menzionare nel corso della narrazione.
Tutto quanto premesso spiega la dedica ad una tra le creature da me più amate, tra le quali voglio nominare anche la sua mamma, mia figlia Fabiana, e il fratello, Mattia principe di nonna! Ma è anche per alcuni aspetti simbolicamente rappresentativo del senso stesso di questo mio lavoro che è un atto d’amore per nostra Madre Terra, per tutte le future donne del mondo, ora creature ancora in crescita e in formazione! A dimostrazione di come sia possibile emergere dalle ceneri degli incendi del cuore.
Mi assumo ogni responsabilità rispetto a quanto pubblicato in questo libro, nel quale ho scelto di essere autentica e sincera persino più che negli altri miei che lo hanno preceduto. Lo scopo che mi sono data, l’obiettivo che mi sono proposta, sono per me di tale valenza politica che a tratti, in corso d’opera, ne sono rimasta alquanto spaventata. Sono Medea delle Nemesiache, la Medea delle origini e non certamente quella della tradizione classica. Il nome nemesiaco mi fu attribuito da Nemesi stessa, colpita dal modo in cui mi ero espressa in relazione al padre di mia figlia a conclusione di un confronto/scontro con l’amica cui l’avevo affidata perché per qualche ora se ne occupasse insieme alla sua. Due creature di pochi anni. Fui molto indispettita per le sue affermazioni circa il “metodo” con cui era solita occuparsi della bambina e l’accordo con il padre di lei sul quale si basava l’organizzazione e la gestione di quella che all’epoca era ancora una convivenza. Risposi soprattutto risentita per il giudizio sul mio metodo, nonché in relazione al rapporto con il ruolo dei padri. La rintuzzai con veemenza. Il nome fu scelto in pochi secondi ma era evidente che il riferimento non fosse alla Medea di Euripide, Eschilo, Sofocle e quant’altri tra antichi e più recenti autori si ispirarono nel corso dei secoli all’idea e all’archetipo della famosa donna e maga potente il cui amore per Giasone si trasforma in odio e la cui brama di vendetta la induce persino ad uccidere i figli avuti con lui. Di certo influì la riscrittura del Mito in varie scrittrici contemporanee come Toni Morrison, Liz Lochhead e soprattutto Christa Wolf con la sua innocente Medea. Ma neanche troppo. Lina Mangiacapre non solo lo ha riscritto, il Mito, ma lo ha rimesso al mondo, come più volte affermò lei stessa. Penso infatti che, proprio in quanto Nemesi, fu molto più colpita dalla mia veemenza e dalle emozioni espresse con impeto nemesiaco, in relazione alla appartenenza dei figli alla madre, cui i padri – avevo aggiunto –  dovrebbero essere riconoscenti per aver dato loro la possibilità di diventarlo (padri); ma sia che se ne occupino sia che non lo facciano, per me niente cambiava e conclusi con il chiarire che comunque mai e poi mai avrei permesso a me stessa che il mio comportamento nella relazione con la bambina dipendesse da quello del padre, che la non ottemperanza ad un “patto” di assegnazione rigida di compiti, tempi, ritmi e quant’altro, potesse compromettere la mia profonda e viscerale disponibilità (il materno!) ed il mio senso di responsabilità verso mia figlia!  In verità in tutti gli anni che seguirono e mai come nel 2018, ho avuto modo di verificare fino a che punto la Medea e la Nemesi mitologiche siano indissolubilmente collegate ed infatti alla fine di ogni dramma la Medea è sempre una Nemesi incarnata…