Brigitte Bogli

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Brigitte Bogli

Brigitte Bogli nasce in svizzera all’inizio degli anni ’60. Nella vita è collaboratrice scolastica in un comprensorio piemontese a contatto con i ragazzi delle medie inferiori. Si dedica alla scrittura narrativa per passione in particolare verso i raccontibrevi. È attiva in rete specie sulla piattaforma fb, nella quale mette spesso alla prova i suoi componimenti in prosa con l’intento di un confronto diretto per migliorarsi sempre più.

FRAMMENTI DI VITA

La nascita è una scelta o una fatalità? Alla fonte della vita possiamo scegliere in che forma reinserirci in questo mondo, oppure volendo credere alle filosofie orientali, ognuno di noi potrebbe tornare in una qualunque altra forma lontana dalle nostre pretese? Comunque sia, non ci è dato a saperlo.

E Aurora si era ritrovata in una famiglia tranquilla in un ambito operaio, vita normale che in quella fase l’aiutava a crescere serena, equilibrata, con una spiccata curiosità verso tutto, anche cose semplici e normalissime.

Più in là infatti incominciò a pensare che correre dietro alle stranezze moderne fosse sciatto e poco fantasioso; pensieri strani in mente del tipo: chissà se nel pancione mi ciucciavo il dito o se mi piaceva ascoltare musica oppure: chissà se da piccola mangiavo vegano oppure ero una fervente carnivora.

L’appartamento era piccolo con due camere da letto, un salotto-tinello dove si poteva stare ore a chiacchierare, guardare la tv e mangiare i popcorn con famiglia e amici.

Di amici veramente non ne aveva molti, a parte alcuni con cui andava anche in giro, ragazze  e ragazzi che erano un misto di deinfluenzer nerd, amanti della musica tanto che li si sentiva cantare Vasco, come Ed Sheeran, ma anche strimpellare Mozart. Per Elvira sua madre, era piacevole averli attorno che mettevano allegria e buon umore e nonostante la fatica di un lavoro pesante in fabbrica, con doppi turni per poter vivere decentemente, li ospitava sempre volentieri. La facevano sentire ancora giovane e vitale.

Però un giorno, vide Aurora rientrare da scuola sbattendo la porta e chiudendosi in camera sua senza salutare e poi la rivide ancora uscire trafelata per poi rifinire nella solita stanza passando dritta nel corridoio dopo essersi sbattuta la porta alle spalle un paio d’ore dopo.

Capitava a volte, come a tutti i ragazzi di quell’età, avere una giornata difficile a scuola, una discussione con la madre o semplicemente una incomprensione con gli amici, ma Aurora non si era mai chiusa così a riccio. Si raccontava sempre e discuteva con la madre, diceva che questo la aiutava a fare chiarezza.

Ma questa volta, la chiusura fu totale. Persino quella sera non volle nemmeno mangiare e rispondendo a monosillabi e persino con un gigantesco: “Lasciami in santa pace!”

Con mille pensieri e un gran magone Elvira la lasciò veramente in santa pace, sperando che la notte l’aiutasse a calmarsi. L’indomani mattina probabilmente si sarebbero parlate e chiarite.

***

Aurora, rientrando – quella seconda e ultima volta – aveva sbattuto la porta e si era veramente chiusa in camera. Non poteva farsi vedere in questo stato dalla madre.

Il mascara era colato e la faccia era completamente rigata dalle lacrime. Gli occhi gonfi, la bocca storta dal pianto, le mani graffiate e i pantaloni strappati.

No, no. Non poteva proprio farsi vedere in quello stato.

***

Ora è nella sua cameretta arredata da lei stessa. Ama questa camera piena di libri di ogni genere con un vecchio mobile di legno ereditato dalla nonna con sopra un giradischi con le casse e tutti i vinili che la nonna stessa le ha lasciato. Ci sono dischi dei più grandi cantanti sia stranieri che italiani.

Sui muri sono appesi mandala dipinti da lei stessa, batik comprati al mercato e un enorme ventaglio sul quale ha scritto dei pensieri filosofici suoi e di personaggi famosi.

C’è il suo letto ad una piazza e mezza, scelto con cura e con sopra un morbidissimo piumone multi colore. Per terra un bellissimo tappetino a pelo lungo comprato un pomeriggio chissà quando. Ma oggi non vede nulla di tutto questo, la vista è annebbiata e la mente furiosa e allo stesso tempo imbarazzata e smarrita.

Ma com’è possibile che proprio lei, con quel suo essere distaccata dalle mode, con il rifiuto del mondo virtuale ad ogni costo, con la sua voglia di vivere la vita reale, è potuta cadere nella trappola dell’adescamento via internet?

Non vuole proprio crederci, non vuole pensare, non vuole, non vuole e basta. Insomma desidera solo silenzio e non pensare, dormire, andare fuori dal mondo.

Aurora, vuoi mangiare? Chiede la madre al di là della porta chiusa.

No.

Tutto bene tesoro?

Si

Posso aiutarti?

No!

Dai tesoro, non puoi stare a digiuno.

Lasciami in pace!

Contemporaneamente pensa: “Oh ma’… Lasciami stare. Non ti posso parlare. Mi viene da piangere ogni volta che sento la tua voce e so che ti preoccupi per me. Ma oggi non riesco proprio spiegarti quello ch’è successo. È la vergogna e la rabbia che mi mangiano dentro. Lasciami stare. Lasciami dormire che è un po’ come morire e magari tutto questo turbamento passerà con la notte.”

Finalmente sente la madre che si allontana dalla camera per tornare in cucina. Sente il tintinnio delle stoviglie che sta riponendo nella credenza e il rumore dell’acqua nel lavandino. Mentre si gira e si rigira nel letto e continua a graffiarsi le mani per non prendere a pugni il muro.

Che stupida sono stata, che stupida. E ora che faccio? Stupida. Stupida. E le tornano in mente le parole, le immagini vergognose sulle quali aveva pure riso scioccamente.

Che stupida sono stata. Cosa mi ha preso, cosa… ma cosaa…

Tutto era sembrato un gioco, il conoscersi, il chiacchierare, il condividere. Passioni, musica, cinema. Raccontarsi le giornate su quella chat dietro lo schermo del pc.

Era pure divertente, distraeva dalle solite cose, dalla pesantezza della scuola, dallo stress della maturità. Dal correre dietro ai voti, dalla paura di quello che la aspettava… ma poi? Che stupida sono. Non ho scuse. Dovrei prendermi a schiaffi da sola. Cretina-cretina-cretina.

Con questi pensieri, ad un’ora non ben precisata di quella notte appena iniziata, si addormenta singhiozzando e sprofondando in un sonno buio, smosso da fremiti ricorrenti.

Aurora… Aurora… A voce alta per svegliarla.

Era già mattino.

Ma perché diavolo non ha suonato la sveglia del cellulare? Pensò tra se mentre tutto il marcio del giorno precedente già le ricadeva addosso.

Vero. L’ho spento per evitare qualunque contatto con chiunque, ma soprattutto con…

E lì ferma il pensiero per evitare di ricominciare a piangere… E’ ancora vestita come il giorno prima, non si era cambiata per andare a dormire. Tutto ad un tratto quei vestiti le si appiccicano addosso e li sente sporchi, luridi, puzzolenti dalla vergogna che ancora le attanaglia la mente.

In fretta e furia si spoglia, butta i vestiti nel cesto della roba sporca, corre in bagno finché la madre è ancora in cucina a preparare il caffè, si chiude dentro, aziona la doccia, aspetta che esca l’acqua bollente, si infila dentro il box e lascia che l’acqua le scorra addosso… purificatrice.

Niente. La vergogna rimane. Allora si schiuma capelli e corpo abbondantemente per una, due, tre volte finché il profumo del bagnoschiuma copra tutto il copribile.

Toc toc toc… insistentemente la madre bussa… Chissà da quanto bussa la mamma, non l’ho nemmeno sentita.

Dovrò affrontarla, dovrò parlarle… non ce la faccio… pensa… ma risponde.

Che c’è? Sto facendo la doccia!

E’ tardi, farai ritardo a scuola.

Ma sì, per una volta, può capitare, no?

Dai su, la colazione è pronta, vieni.

Aurora aspetta che la madre torni in cucina, per correre velocemente nella sua camera.

Come farò a parlarle, cosa le dirò? Che faccio? Vorrei restare a casa, non voglio uscire, non voglio vedere nessuno… ma questo significa che devo parlare con lei.

Oppure esco e vado a scuola di corsa senza nemmeno entrare in cucina, tanto sono in ritardo, mi lascerà andare… ma questo significa che devo vedere gli altri… e figurati se Veronica e Luca non capiscono subito al volo che è successo qualcosa… che faccio… che faccio… rimugina Aurora mentre si veste.

Alla fine decide di andare a scuola, si vergogna troppo di affrontare la madre e la delusione che proverebbe….

Esce dalla stanza, con la giacca già indosso e la cartella sulla spalla, passando davanti alla cucina velocemente e dicendo “Corro che è tardi, prenderò un panino a scuola. Ciao a dopo.

Vola giù per la scala e si ritrova in strada.

La scuola è a soli dieci minuti da casa, ci va ogni giorno a piedi. Normalmente ciondola un po’ per strada e si prende tutto il tempo per osservare la gente, i negozi, gli alberi che in autunno si colorano; ma oggi cammina svelta a testa bassa senza mai alzare gli occhi.

Le sembra che tutti la osservino, che tutti sappiano e la additino e le ridano dietro e la giudichino sottovoce mentre passa, e così camminando non si accorge che Luca la chiama e la rincorre da almeno cento metri.

Aurora si sente toccare la spalla all’improvviso e fa un salto indietro inciampando sui piedi di Luca quasi cadendo a terra.

Deve avere la faccia stravolta perché il suo amico le chiede subito con voce preoccupata  “Aurora, cosa ti è successo? Sembri un fantasma, madonna, fai veramente schifo.

Il solito posto è il Baretto dello Studente dove si va per studiare, parlare di cavolate ma anche per organizzare cosa combinare in giornata. Ha una stanzetta tipo soppalco, dove gli studenti si ritrovavano tra loro, tranquilla e riparata dove nessuno viene a disturbare.

Aurora sembra un automa, Luca la conduce e lei segue docilmente senza opporre resistenza, sente che deve parlare con qualcuno, che è inevitabile dover vomitare tutto quello schifo che ha dentro.

Non è del tutto convinta di essere giudicata bene, ma deve svuotare il sacco con qualcuno per cercare di ritrovarsi in qualche modo.

Ti ho chiamata stamattina Aurora, perché hai il telefono staccato?

Hai ragione l’ho staccato apposta. Non volevo vedere nessun tipo di messaggio ne vocali vari.

Luca senti, ieri… ieri nel pomeriggio, mi è successo una cosa… mi vergogno. Non so neppure da dove cominciare.

Luca le prende le mani tra le sue, nota i graffi e le accarezza i dorsi, guardandola negli occhi rossi e gonfi.

Aurora, non avere paura, se vuoi parla, io sono qui, altrimenti prenditi tutto il tempo che vuoi, io aspetto.

Non sapendo come e cosa dire al suo amico, prende il cellulare lo accende, apre la chat e glielo porge a Luca…

Ecco, guarda, leggi, ti prego, aiutami.

Luca vede che è sconvolta, rossa  in viso per la vergogna e per la prima volta la sente fragile e vulnerabile.

Aurora osserva Luca mentre legge, vede che dapprima ha l’espressione perplessa, poi lo vede sorridere, alza gli occhi e la guarda quasi compiaciuto…

Aurora capisce benissimo il perché della reazione del suo amico.

All’inizio della chat si può leggere di due ragazzi complici, affiatati, in sintonia di interessi e filosofia di vita.

Infatti Luca si trova a leggere delle conversazioni filo orientali, condivisioni di file musicali, critiche cinematografiche da parte di entrambi… è quasi come leggere un bel racconto in crescendo che a mano a mano diventa, da amichevole, sempre più intimo.

Poi arrivano le prime foto, all’inizio innocenti ritratti, saluti e baci vari… nulla di strano…

Arriva la prima foto un po’ più osé… Aurora si sente avvampare… lancia uno sguardo furtivo all’amico e si rende conto che ha già capito…

Se non ti va di continuare ti capisco…” dice Aurora.

Luca invece continua a leggere, ci sono richieste di foto e filmati sempre più insistenti, tutto condito con mille promesse di amore, desiderio e voglia di incontrarsi al più presto.

L’ultimo filmato è un montaggio di foto e filmati mandati da Aurora, mischiati con espliciti filmati di un uomo di mezza età che si masturba mentre si vede lei che manda baci ed inquadra il proprio decoltè.

Luca interrompe la visione di quella schifezza a metà del filmato, non riesce proprio ad andare avanti, ma la cosa che lo inorridisce più di tutto il resto è che l’ultimo messaggio che è una richiesta di denaro con minaccia di pubblicare il filmato se non lo avesse assecondato.

Luca mette giù il cellulare e guarda Aurora con uno sguardo serio ed interrogativo.

Dopo  un lungo silenzio  lui le parla.

Non posso sapere esattamente come ti senti in questo momento Aurora, ma sappi che ti voglio bene e ho solo voglia di abbracciarti, posso?”

Questa immensa delicatezza che le arriva da parte dell’amico la fa sciogliere, si getta tra le sue braccia, si stringe forte a lui e comincia a piangere silenziosamente bagnando la camicia a quadri rosso e blu che lei stessa gli ha regalato per il compleanno. Sa di buono, odora di sottobosco ed è caldo ed avvolgente e questo la aiuta a rilassarsi, a respirare profondamente e pian piano riesce a non piangere.

Dopo quell’abbraccio lui la guarda negli occhi e le dice: “Bisogna denunciarlo questo porco, non deve avere la possibilità di fare la stessa cosa ad un’altra ragazza…

Si lo so, sono andata dai Carabinieri ieri, volevo solo vederlo dietro le sbarre chiunque fosse. Hanno preso la mia deposizione, hanno scaricato tutto dal cellulare e davanti a me hanno cercato di chiamare il numero, ma nessuno rispondeva. Allora hanno fatto un primo veloce accertamento e pare che quel numero sia inattivo e il proprietario irrintracciabile.

Oh Luca, mi sono sentita sprofondare, smarrita persa, pensavo che in questo modo avrebbe potuto farmi del male come e quando voleva, fare del male a chi voglio bene, pubblicare questo schifo in internet visibile a tutti.

Il Maresciallo mi ha poi spiegato che avrebbero messo sotto controllo il telefono, ma che per la pubblicazione purtroppo non potevano farci nulla.

L’unica cosa che avrei potuto fare, era parlarne con le persone a me più vicine e confidare nel loro amore e nella loro fiducia in me… Ma chi potrebbe ancora guardarmi negli occhi dopo aver visto quella cosa… La mamma ne morirebbe, lo so!

Ancora una volta le lacrime scivolavano copiosamente sul viso.

“Andiamo a casa tua.” Disse il ragazzo.

Camminarono per il tempo necessario sotto una pioggerellina appena iniziata.

L’odore dell’asfalto si sentiva forte. I ragazzi si tennero per mano in silenzio. Davanti al portone rimasero fermi qualche secondo. Poi lei entrò senza girarsi.

Lui sbatté il portellone dell’auto prendendo le due borse della spesa e tornò all’ingresso del palazzo. Suonò al citofono e qualcuno rispose.

“Sono io.” Disse lui. E sentì distintamente il clac elettrico che apriva il grosso portale in allumino e vetro

“Salgo.” Aggiunse…

FOLLIA

Carcere femminile di Alessandria. Mi trovo bene quì. Cosa potrei volere di più? La gente mi viene a trovare,mi porta regali,sigarette no perchè non fumo, ma libri ,film, musica e perfino peluches che forse erano pensati per farmi compagnia. Li ho regalati tutti al asilo del carcere. Non ho mai capito perchè le fanno partorire quì dentro. Le mandassero ai domiciliari o in una casa famiglia e lasciasserò questi bimbi crescere in un ambiente più sano… Va beh tanto non si può fare nulla.

 Dicevo, io quì stò da Dio. Non cucino, non lavo,non stiro e la stanzetta è così piccina che la si mette a posto in un attimo. Una pacchia.   Le altre mi rispettano  ossequiose .Hanno un tantino di paura da quando alla tv è passata la notizia del  perchè sono finita quì. Fino al processo sono in semi isolamento, questo significa pochi contatti , pocho stress e tanta tranquillità, Dio solo sa quanto ne ho bisogno .

Una volta alla settimana viene a trovarmi la psicologa criminale, beata donna, vuole capire i motivi del mio gesto. Sembra pure che vogliano intervistarmi e magari scrivere un libro sulla mia storia. Storia che alla fine non è nulla di particolare, solo un esplosione di follia estiva.

Filiale Poste Italiane un anno prima. Non mi ricordo il giorno preciso, era Maggio, giornata soleggiata e profumata di rose come solo in questo mese succede.

Ero tranquilla assorta nei miei pensieri, seduta sulla mia sedia allo sportello, 10 minuti prima dell’apertura della filiale in periferia di Torino.

“Anna…” mi sento chiamare da Enrico il direttore della filiale

“Anna, ti presento la nuova collega, sostituisce Emma.”

Emma era in maternità anticipata, perciò eravamo ben contenti che fosse arrivata la sua sostituta.

Il lavoro era sempre tanto e stressante. Lavorare a uno sportello postale a contatto diretto con i clienti non è mai facile.

Comunque quella mattina andava tutto per il meglio. Carla, la sostituta di Emma, era simpatica. Rideva, scherzava, era precisa sul lavoro, educata e disponibile, insomma un miracolo di donna lavoratrice e collega. Il diavoletto nel inconscio mi sussurava; – troppo bello per essere vero -.

Filiale Poste Italiane un mese dopo. Avevo già mandato a quel paese il mio diavoletto inconscio. Si lavorava in armonia, senza alcun problema, eravamo tutti contentissimi.

Fino alle 10:30 del 18 Giugno, me lo ricordo perchè in quel momento stavo timbrando le consegne di un casellare della prefettura. A Carla si era creato un disguido per la consegna di alcune distinte di versamenti con un cliente. Ancora oggi non so bene con chi Carla si era arrabiata, fatto sta che da quel momento era diventata una vipera ingestibile.

Quando passava Serena, la sua vicina di sportello, indipendentemente se era presente un cliente o un collega cominciava a scanzonarla, – Ecco la nostra contadina!- solo perchè Serena veniva dalla campagna. Quando passava Giada, – Oh ecco la regina, chinate tutti la testa!- perchè Giada era curata e ben vestita. Trovava qualcosa da dire su ognuno di noi, inventava cattiverie false e gratuite per mesi. Tanto era gentile prima, tanto era stronza dopo.

Filiale Poste Italiane un mese fa. La situazione oramai era ingestibile. Serena, nella sua fragilità e sensibilità era caduta in depressione. Giada si era stufata delle angherie e si dava malata di continuo. Altri colleghi avevano fatto denuncia di mobbing ad Enrico, denuncia mai presa in considerazione. Ci sentivamo lasciati a noi stessi, senza appoggio ne considerazione.

Carla, con me non parlava più da tempo, probabilmente perchè la ignoravo. Fino a quel venerdì.

Era iniziata l’estate con la sua prima ondata di caldo africano. Non si respirava, non si riusciva a dormire  oramai da una settimana, era snervante. Non ero esattamente di buon umore quella mattina. Ero fradicia di sudore. a disagio di dover lavorare in queste condizioni con la clientela, che a loro volta erano tutt’altro che pazienti.

Mentre consegnavo le distinte al casellare alzo gli occhi e chi mi vedo entrare tutta abbronzata, truccata, con le unghie dipinte di colori fluorescenti, fresca come una rosa nel suo vestitino svolazzante, avvolta da una nuvola di profumo appena tornata dalle ferie? Carla!

Vedo che prende il numerino e si siede. Io come sempre la ignoro, alla fin fine non mi è ne parente ne amica perciò indifferente.  Dopo cinque minuti incomincia la sceneggiata, ancora oggi sono convinta che l’abbia studiata per le due settimane in cui era stata in ferie. Ripercorrendo le poche immagini che mi ricordo, mi sembra una rappresentazione teatrale.

La sento dire ad alta voce, – Uff che caldo fa qui dentro! Perchè non accendono i condizionatori?-.

– Oh, stronza- penso, – lo sai benissimo che sono rotti e che non hanno i soldi per sostituirli-.

Lei continua, – Ma sta coda non va avanti, mica posso perdere tutta la giornata qui dentro-.

Fino a qui la gente la guardava con quella faccia da “la solita pianta grane” senza reagire particolarmente.

– Almeno potrebbero mettere un punto ristoro con l’acqua- continuava.

-A brutta scema, lo sai bene che non possiamo metterli da Statuto- pensai.

Mi rendo conto che sto arrivando all’esasperazione. Tra i mesi di angherie e tutto questo teatrino, ero arrivta all’estremo. Sentivo dalla punta dei piedi salire il fuoco. Sembrava che lei lo percepisse.

Mi hanno poi detto che ero diventata paonazza, con gli occhi persi nel nulla e in quel momento ci mette il carico da 100 e sbraita: – AH questi impiegati postali, solo perchè hanno un posto fisso e difficilmente possono essere licenziati, trattano noi come bestie!

La gente a quel punto incitata e stanca del attesa e del caldo asfissiante la sostiene. Un brusio, tutti insieme:

– Si è vero, tutti uguali sti dipendenti statali, lavativi, sgarbati, svogliati soprattutto qui in Posta. Mai una volta che non ci sia da aspettare delle ore!-

Si leva la voce di Carla

– Vogliamo parlare con il direttore e fare un esposto!- tutti gli altri convenivano

– Si si, chiamate il direttore, questa storia deve finire!-

Non ricordo bene quello che successe dopo. Però ricordo che ho visto Carla venire verso di me con un ghigno, gli occhi scintillanti di cattiveria vittoriosa, mentre mi sillabava:

– TI ho FRE-GA-TA! –

Ho visto le forbici sulla scrivania, poi li ho visti nella mia mano, ricordo il fuoco salire nella testa, poi più nulla solo il buio.

Da qualche parte ho un vago ricordo dell’ospedale, aria fresca di condizionatore, lenzuola pulite, flebo e gente che mi girava attorno.

Poi il carcere, dove più o meno una settimana fa mi sono risvegliata dagli psicofarmaci.

Carcere Femminile di Alessandria oggi. Sono venuti i miei colleghi della posta a trovarmi; Giada ha ripreso a lavorare regolarmnete, Serena sta uscendo dalla depressione, e c’è di nuovo armonia in filiale. Carla non farà più del male a nessuno. Ho deciso di non appellarmi al infermità mentale, sarò condanata per raptus omicida, perciò avro la pena dimezzata. Ma pagherò il mio debito con la legge.

Carcere Femminile di Alessandria 16 anni dopo. Lei esce dal portone, ha indosso un vestito di lino lungo verde chiaro, ha ai piedi dei sandali e una lunga treccia sale e pepe le scende sulla spalla destra. Ha con se una piccola valigia e una borsa tutta colorata fatta a mano. I suoi occhi smeraldo brillano di pace, serenità e voglia di vivere. Le viene incontro un uomo di mezza età, signorile e ben vestito. Ha in mano un libro e un tulipano bianco. si avvicina, si salutano da vecchi amici:

– Anna, che bello vederti finalmente fuori da quelle mura.-

Lei gli fa una carezza sulla guancia e sorride

– Si Massimo, è bello ritrovare anche la libertà fisica. Me lo hai portato?- gli chiede guardando il libro che aveva in mano.

Massimo le risponde con un sorriso

– Si cara, eccolo, è la prima copia, è un edizione speciale-

Anna prende il libro in mano lo gira e rigira. Dietro cè la sua foto con la sua biografia, sulla copertina ci sono dei cerchi dei colori dei chakra e nel centro il titolo Crescita spirituale in carcere di Anna Morini. Anna guarda Massimo con gli occhi lucidi:

– Che emozione…- mentre lui le tiene aperta la portiera della macchina.

REGRESSIONE

Come le succedeva spesso nel ultimo periodo, anche quella mattina Ursula si svegliò tardissimo. Non capiva se aveva dimenticato di impostare la sveglia o se semplicemente non l’aveva sentita. Fatto sta che erano già le 7.40 e al campanella avrebbe suonato alle 8,10.

Si tirò su sedendosi sulla sponda del letto e prendere coscienza di sé e del mondo.

“Uff…” Pensò arruffandosi i capelli.

“Oggi no”.

“Su alzati e muoviti”. Si disse da sola.

Scese svelta dal letto e andò in bagno a lavarsi.

Aprì l’armadio e tirò fuori le prime due cose che le vennero in mano per vestirsi. Non era da lei perché curava minuziosamente ogni pezzo del suo abbigliamento, inclusi gli accessori.

Tornò in bagno, un po’ di mascara e un filo di lucidalabbra, si guardò allo specchio, “Ma sì, per oggi va bene così”. Pensò.

Mentalmente percorreva la strada che avrebbe dovuto fare per arrivare con un ritardo gestibile.

Già la settimana prima aveva falsificato la firma della madre e aveva notato una smorfia di disappunto sul viso del professore. Non era il caso di ripetersi.

 C’era da fare un bel pezzo di strada.

Uscita da casa doveva passare dalla strada dietro, raggiungere il viottolo che passava attraverso i campi di Giovanni, arrivare ai piedi della collina dove avrebbe trovato quei micidiali 146 scalini che un geometra del comune aveva ideato e poi pure realizzato. Chissà cosa aveva per la testa quel giorno. Un momento di noia mortale in ufficio, oppure un opera di vendetta nei confronti di concittadini lamentosi.

Intanto, anche se costava un bel po’ di fatica salire quei 146 scalini, era comunque una favolosa scorciatoia. Poi ad Ursula piaceva molto la vista arrivata in cima.

 Nel bel mezzo si vedeva il suo quartiere e dietro, il paesello che si allungava nella valle. A destra c’era l’Aereoporto Internazionale con le sue luci, colori e aerei che atterravano e partivano di continuo.

A sinistra c’erano i campi arati e coltivati, i frutteti, il boschetto sulla collina e semi-nascosto, si scorgeva il cimitero. Alle sue spalle aveva il laghetto che la separava dalla sua scuola. La scuola media che frequentava.

Più che un laghetto era una pozza mezza paludosa attraverso la quale era stato costruito un guado di legno.

Era già un miracolo che non ci fosse mai caduto nessuno dentro.

Era pronta, via, si infilo la giacca e uscì dalla stanza.

Mentre passava nel corridoi si sentì chiamare

<<Ursula, dove vai?>>

<<Vado a scuola. Sono già in ritardo. Devo correre!>>

<<Vieni che ti do una tazza di thé, è già pronto>>.

Seguì malvolentieri Giulia, perché sapeva che tanto protestare non serviva a nulla, le avrebbe solo allungato i tempi. In cucina la teiera fumante era effettivamente sul fornello spento.

<<Aspetta, te lo verso subito e poi corri a scuola>>.

Mentre Giulia le versava la tisana bella calda Ursula calcolava mentalmente il tempo. Prese la tazza fumante e la bevve quasi tutta di un fiato. Era stranamente dolciastra.

<<Ma quanto zucchero hai messo?>>

<<Il solito>>. Rispose Giulia.

<<Un cucchiaino e mezzo>>.

“Boh”, le sembrava comunque un tantino troppo dolce, aveva un sapore che le ricordava qualcosa di non molto piacevole.

Si alzò prese la sciarpa, se la mise attorno al collo, ma mentre si stava avviando verso la porta le venne un forte giramento di testa. Menomale  che Giulia era alle sue spalle e la sorresse, altrimenti sarebbe caduta.

<<Vieni,siediti un attimo>>.

Giulia prese Ursula e la accompagnò nel grande salotto, la fece accomodare su una comoda poltrona, una di quelle che trovi di solito in casa dei nonni.

“Un bel contrattempo” pensò piuttosto contrariata.

<<Stai tranquilla due minuti>>. Si sentì dire .

“Per forza stò tranquilla”. Pensò. “Mi gira tutto, non riesco a stare in piedi”.

Chiuse gli occhi, lentamente intorno a lei calò il buio.

Sentì ancora Giulia dire: <<Dottore, bisogna fare qualcosa, prendere dei provvedimenti. E’ già la terza volta questa settimana che stava uscendo>>.

Mentre cadeva in un sonno profondo, pesante, quasi ipnotico si chiedeva di chi stava parlando e cosa ci facesse un dottore in casa.

Il Dottor Balbo guardò preoccupato Giulia .

<<Ha ragione, bisogna parlare con i figli. La signora sta decisamente peggiorando. Ci pensa lei a convocarli per favore? Il più presto possibile>>.

<<Va bene Dottore, ci penso io>>.

Alle due e mezza dello stesso giorno Giulia accompagnò i signori Bartolomeo, i figli di Ursula, nello studio del Dottor Balbo.

Nel pensionato ‘Villa Gardenia’ c’erano pazienti di ogni tipo, ma in prevalenza erano persone affette dal morbo di Alzheimer, nella cura della quale erano specializzati. I figli di Ursula non venivano volentieri, ogni volta era una grande sofferenza. trovarsi dinanzi alla madre che nemmeno più li riconosceva era straziante. Guido, il più grande soffriva di attacchi di panico. Daniele era diventato ipocondriaco, era più dal medico che al lavoro. Gemma la più piccola sembrava diventata insensibile, distaccata, fredda, infatti veniva poco a trovare la madre. Quando lo faceva la sgridava di continuo per le cose che non si ricordava, non faceva e per la noia che le dava raccontandole sempre le stesse cose.

Giulia sapeva che era una sorta di autodifesa.

Questa volta erano venuti tutti tre, essere convocati dal medico li spaventava, già in più di una occasione avevano dovuto smuovere mare e monti per ritrovare la madre uscita dal pensionato.

Arrivati sul posto, ognuno per conto proprio si erano a malapena salutati. Tenevano gli occhi bassi. Traspirava un attesa carica di paura di quello che li attendeva.

Il Dottor Balbo seduto alla scrivania, li vide entrare ed era come se entrasse una pesante nuvola carica di tensione, apprensione e voglia di scappare il più velocemente possibile da lì.

Fece cenno a Giulia di restare. L’infermiera se lo aspettava, con calma e gentilezza aggiustò le sedie per i tre fratelli e li invitò a sedersi.

<<Prego signori Bartolomeo>>. Disse il medico.

<<Purtroppo dobbiamo fare il punto della situazione. Vostra madre vive ormai perennemente in regressione.

Il suo mondo si è fermato agli anni della scuola media.

E’ probabile che sia stato il periodo più intenso della sua vita, al quale è rimasta particolarmente legata.

Vi devo a nostro malgrado suggerire di cercare un posto che abbia i mezzi e i sistemi adatti alla situazione. Ci dispiace molto, perché comunque è una paziente tranquilla senza alcun segno di aggressività come tanti altri che sono nella stessa situazione. Noi non siamo attrezzati al stretto controllo  dei pazienti 24 ore su 24.

Sono convinto che per la sicurezza della signora sia necessario questo trasferimento>>.

I tre erano frastornati. Non solo la loro madre non li avrebbe mai più riconosciuti ma dovevano pure rinchiuderla in una sorta di manicomio moderno, con le sbarre, i cancelli automatici, controllati da una centralina e rigidi orari di visita.

Finalmente si guardarono negli occhi e vedevano le stesse domande di ognuno riflesse nell’altro .

“Come facciamo? Chi glielo dice?”

Il Dottor Balbo alla fine gli lasciò un volantino di una pensione/clinica ‘Casa Matilda’ dove secondo lui, Ursula si sarebbe trovata bene.

Gemma prese in mano il volantino e con un sorriso amaro tra i denti disse: <<Casa Circondariale>>.

Giulio che aveva preso i suoi tranquillanti aggiungendo qualche goccia in più, tanto per prevenire qualunque contrattempo dovuto al suo disturbo, guardando il volantino disse: <<Ma no dai, è carino, ben strutturato, con le pareti colorate, un grande giardino attrezzato con tavolini e panchine ovunque. Sembra un bel posto.>>

<<Si, si. Una Casa Circondariale impacchettata come un regalo di natale con tanto di fiocco. Ma fammi il piacere>>.

Gemma era amareggiata, non riusciva proprio a prendere atto della situazione con lucidità e un pizzico di serenità.

Daniele, dal suo angolino, dove si era nascosto per evitare qualunque coinvolgimento disse: <<Come facciamo convincere mamma?>>.

In quel momento entrò Giulia nello studio per accompagnarli dalla loro madre. Sentendo il dilemma dei fratelli le venne un idea e la espose.

Mentre salivano le scale e percorrevano i corridoi elaboravano un piano per realizzare l’idea suggerita dal infermiera.

Aprirono la porta della stanza della madre

<<Ciao Ursula, siamo i tuoi insegnanti del campo estivo di quest’anno>>. Disse Gemma. <<Questa volta è stato deciso di andare in campagna.

Abbiamo trovato una bellissima casa dove faremo attività creative ma sopratutto approfondimenti di lingua straniera.>>. Aggiunse Giulio.

Si ricordava bene quanto le piaceva studiare l’inglese e il francese, e di come fosse stata particolarmente brava nella scuola media.

Ursula si era illuminata per due motivi, nessuna nota per l’assenza del giorno e soprattutto per l’eccitazione per il ‘Campo Estivo di Lingue Straniere’.

Era un onore non concesso a tutti. Era al settimo cielo.

Daniele  la abbracciò e le disse di preparare le valigie per l’indomani, sarebbero venuti a prenderla per le nove e mezza.

Si girò in fretta e seguì i fratelli che erano già usciti dalla stanza, con il viso rigato dalle lacrime.

 

ANTOLOGIE DOVE IO SONO PRESENTE CON RACCONTI

ed. L’inedito