Francesco Cricchio

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Francesco Cricchio

Sono iscritto al Master in Antropologia CREOLE (Cultural Differences and Transnational Processes) all’Università di Vienna. La mia visione dell’antropologia è molto legata al concetto di attivismo sociale e politico: ho lavorato per un periodo con il poeta e attivista Nativo Americano Lance Henson (Cheyenne), esperienza che mi ha influenzato profondamente. Per me studiare “antropologia” significa avere i mezzi per vedere la realtà da prospettive diverse, potendone apprezzare tutte le sfaccettature. Dopo la laurea triennale il mio interesse si è spostato più verso l’America Latina, con l’Ecuador come focus regionale specifico. In particolare mi concentro sul rapporto tra le ONG e le popolazioni indigene nel paese.      

Ricordando Berta Cáceres: un esempio per il futuro

Chi era Berta. Berta Isabel Cáceres Flores è stata un’attivista honduregna per i diritti delle popolazioni indigene che abitano lo stato dell’America Centrale. Fin da quando era studente, si è infatti sempre battuta per difendere le popolazioni Lenca (che si trovano tra Honduras e El Salvador), più volte minacciate sia dal governo che dalle multinazionali interessate a costruire nella zona. A questo proposito, nel 1993 ha fondato l’organizzazione COPINH (consiglio civico di organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras), che unisce alla lotta indigena anche quella per la salvaguardia dell’ambiente nel paese. Dopo il coup d’etat avvenuto nel 2009, in Honduras è infatti aumentato esponenzialmente il numero di opere a forte impatto ambientale. E’ proprio da qui che è partita la campagna di Berta, che si era opposta con successo alla costruzione di una serie di dighe idroelettriche sul fiume Gualcarque (Agua Zarca), considerato sacro per i Lenca. Dietro al progetto c’era la famosa multinazionale cinese costruttrice di dighe “Sinohydro Corporation” la quale, in collaborazione con la Banca Mondiale, il governo e alcune compagnie private honduregne, aveva totalmente bypassato molti dei passaggi legislativi e burocratici necessari per intraprendere questo tipo di azione. Tra i tanti, ricordiamo alcuni punti fondamentali del diritto internazionale, che specificano chiaramente la necessità di consultare e trovare accordi con le comunità indigene che abitano i terreni minacciati dal progetto.
Grazie al grande carisma di Berta, COPINH era diventato un punto di riferimento per molte popolazioni indigene e non, in tutta l’America Latina. Contemporaneamente però, come spesso accade in questi casi, iniziava a essere vista come una minaccia dal governo. Paradossalmente, a seguito delle numerose minacce di morte ricevute, Berta era stata inserita al primo posto nella lista di persone in pericolo di vita dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani. Essa aveva infatti chiesto all’Honduras di prendere le dovute precauzioni per proteggere lei e altri attivisti nel paese.

L’Omicidio. La notte del 2 marzo 2016, Gustavo Castro Soto, attivista ambientale messicano e ospite della Cáceres in quei giorni, sentì urlare e degli spari provenire dal secondo piano della casa. Gli assassini spararono anche a lui, che fortunatamente riuscì – per sua stessa ammissione – miracolosamente a sopravvivere.
Il fatto scatenò immediatamente grandi proteste in Honduras, e i familiari di Berta, consapevoli del coinvolgimento del governo, pretesero indagini approfondite da parte di istituzioni internazionali. Come era facilmente preventivabile, vi furono parecchi tentativi di depistaggio; la polizia arrestò inizialmente un attivista membro di COPINH, salvo rilasciarlo il giorno seguente per mancanza di prove.
La notte dell’omicidio, contrariamente alle disposizioni lasciate dalla Commissione Interamericana, non c’era nessuna guardia in sua difesa.
Ad oggi, sono stati identificati 8 uomini come responsabili dell’azione. Nonostante il governo abbia sempre ribadito il “massimo impegno” nello svolgimento delle indagini, è fin troppo chiaro come questo conflitto di interessi privilegi le lobby internazionali, a discapito delle popolazioni indigene e degli attivisti. La chiusura delle indagini lascia infatti l’amaro in bocca, poiché come spesso accade non si è arrivati ai mandanti.

L’eredità di Berta Cáceres. Sin dalle prime settimane successive alla morte di Berta, sua figlia Berta Isabel Zuniga Cáceres ha subito mostrato la volontà di seguire le orme della madre. Oggi è una figura di spicco tra le popolazioni Lenca ed è tuttora alla guida di COPINH, impegnandosi e sostenendo appieno gli ideali espressi dalla Cáceres.
Il caso di Berta aveva subito ottenuto risonanza mondiale vista la popolarità ottenuta dall’attivista dopo la vittoria del famoso premio “Goldman environmental prize” nel 2015, assegnato ogni anno a chi si contraddistingue nella difesa dell’ambiente (viene premiato un rappresentante per ogni continente). E’ importante però sottolineare come il trend, in America Latina e America Centrale, non sia cambiato nemmeno in questo inizio di 2018: sono infatti circa 125 gli attivisti – ambientalisti uccisi. Ciò a riprova di una totale assenza di protezione sia da parte dei governi nazionali (e sopra ho già provato a ipotizzarne le ragioni), ma anche e soprattutto da parte di organizzazioni umanitarie internazionali.

3 Marzo 2018

L’Arizona va controcorrente: il Grand Canyon non si tocca

Il risultato dell’ultimo Consiglio Comunale tenutosi nella città di Flagstaff, capitale della contea di Coconino, Arizona, ha approvato una risoluzione che proibisce l’attività mineraria nell’area del Grand Canyon. Scampato pericolo in Arizona: la folla accorsa al consiglio comunale dello scorso venerdì ha salutato con un’ovazione la decisione del comune di mantenere il divieto che proibisce a qualsiasi compagnia di estrarre minerali nell’area intorno al parco nazionale del Grand Canyon. Un’altra battaglia, combattuta insieme dalla comunità dell’Arizona e dalla nazione Navajo (ma con il sostegno di molte altre), è stata vinta. Attenzione però: battaglia, non guerra. Sono infatti diversi anni che le organizzazioni ambientaliste lottano per impedire che il progetto venga attuato, cercando in ogni modo di tutelare il parco nazionale. La mossa più concreta in questa direzione era stata fatta quando, durante l’amministrazione Obama, Ken Salazar aveva approvato una legge che prevedeva un divieto di condurre qualsiasi operazione di scavo nell’area nei successivi 20 anni. Questa legge è stata più volte attaccata dai Repubblicani e dalle lobby minerarie, che avrebbero grandi interessi a sfruttare quel tipo di risorse. Fino ad ora questi attacchi sono sempre stati respinti con successo. E’ tuttavia più che comprensibile però, soprattutto dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, che vecchi timori si rinnovino. Non è certo segreta la “simpatia” che il nuovo Presidente nutre nei confronti delle multinazionali, come non lo è nemmeno il suo totale menefreghismo verso i danni che l’attività di queste ultime produce all’ambiente. Inoltre, è sotto gli occhi di tutti la facilità con la quale Trump sia stato in grado di aggirare o eliminare provvedimenti presi dal suo predecessore, mirati alla salvaguardia dell’ecosistema e a porre dei limiti nella realizzazione di progetti a forte impatto ambientale nel paese (gli oleodotti in Dakota e Alabama sono un esempio).
A questo proposito, l’obiettivo delle organizzazioni pro-ambiente era quello di escludere una volta per tutte un possibile intervento governativo sull’area del Grand Canyon. Qualche anno fa, avevano perciò proposto una legge per imporre un divieto senza limiti di tempo per l’attività mineraria nell’area interessata. Questa proposta è ancora in fase di revisione e non approvata, e ciò non ci deve sorprendere. Sono in molti a storcere in naso di fronte alla possibilità di non poter sfruttare le risorse di minerali (soprattutto uranio): su tutte abbiamo la EFR (Energy Fuels Resources Corporation) e la NMA (Narional Mining Association), che hanno più volte esortato Trump a rimuovere il divieto ventennale.

In questo clima e secondo il trend degli ultimi mesi, sorprende ancora di più – questa volta in postivo – la decisione del Consiglio Comunale, che è riuscito a difendere il parco nazionale e le zone limitrofe. Ad esultare sono anche le comunità di Nativi Americani dell’area: Navajo, Hopi e Havasupai. Specialmente i primi avevano già provato sulla loro pelle il significato del cosiddetto “colonialismo nucleare”: i loro terreni sono stati per generazioni sottoposti a scavi per estrarre uranio, e convivono tuttora con più di 450 miniere abbandonate nelle loro terre. Come diretta conseguenza, le cause maggiori di morte nella zona sono dovute a malattie correlate al cancro ai polmoni, provocato dalle radiazioni nocive alle quali sono sottoposte le persone che abitano e lavorano nell’area.
Questa osservazione è stata riportata direttamente anche a Mark Chalmers, presidente della “Energy Fuels”, il quale ha risposto che “l’uranio è già presente nella zona, è infatti un risultato naturale dell’erosione delle rocce da parte del fiume Colorado”. Nonostante questo ridicolo tentativo di difesa, i dati dell’Agenzia di Protezione Ambientale parlano chiaro: l’85% delle miniere abbandonate produce delle radiazioni il doppio più forti di quelle prodotte naturalmente dall’uranio sotterraneo. In più, secondo i rilevamenti, nella metà delle miniere il livello di queste radiazioni aumenta dalle 10 alle 25 volte rispetto a quelle nel sottosuolo. Alla presentazione di questi dati, Chalmers ha obiettato che “l’industria ha imparato molto negli ultimi 50 anni”; quando però il sindaco Coral Evans gli ha chiesto se fosse in grado di garantire che nessuno sarebbe morto di malattie derivanti dall’estrazione dell’uranio, egli non ha saputo fornire risposta.

E’ fondamentale non dimenticare che quelli interessati sono terreni considerati sacri dalla cultura dei Nativi Americani. Stiamo parlando di popolazioni sempre ignorate e calpestate dagli interessi economici di un paese che, pur essendo incarnazione del “melting pot”, non ha mai provato davvero a rispettare la tradizione di queste comunità.
Anche da questo punto di vista, Flagstaff può rappresentare una piccola inversione di tendenza. Nativi e cittadini (l’80% si è dimostrato contrario al progetto delle lobby minerarie) hanno per una volta combattuto fianco a fianco, riportando una piccola ma molto significativa vittoria.

28 Marzo 2018

La Siria è la morte dei Diritti Umani

L’infinita saga della questione siriana ha avuto come luogo di svolgimento del suo ultimo capitolo la Ghouta, regione della Siria meridionale, distante pochi chilometri dalla capitale Damasco. Soprattutto negli ultimi giorni infatti, le forze del presidente Bashar al-Assad hanno intensificato il bombardamento indiscriminato della zona, e anche e soprattutto grazie al sostegno di Iran e Russia, sembrano vicine a dare il colpo di grazia ai ribelli e a riproporsi come unica forza nel’ormai ex enclave.

Nella fattispecie, abbiamo assistito ad una vera e propria escalation nel dispiego di forze e mezzi da parte dei militari a partire da metà febbraio. Anche in questa circostanza, tra le armi usate dai militari sono state trovate anche armi chimiche. L’utilizzo di tali armi è stato proibito a partire dal 1997, in una convention tenutasi in doppia sede a Parigi e a New York, il cui risultato è stato un trattato che prevede il divieto assoluto a tutti gli stati di utilizzo e possesso di questo tipo di armi. Esso è stato ratificato da quasi tutte le nazioni del pianeta, tra cui anche la Siria. Tuttavia, durante gli anni successivi alla Primavera Araba, è stato dimostrato che il paese ne ha fatto più volte uso, violando il trattato internazionale e con esso anche i diritti umani. Chi ha pagato le più care conseguenze di tutto ciò sono stati i civili, totalmente in balia degli eventi e indubbiamente maggiori vittime di una guerra che dopo sette anni, continua ad imperversare nel paese.

Specialmente in zone di guerra, ciò che deve essere sempre garantito e che assume fondamentale importanza è proprio il rispetto dei diritti umani. Essi sono diritti inalienabili garantiti ad ogni essere umano e frutto della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, firmata e approvata a Parigi alla fine del 1948. Oltre al sopraccitato utilizzo delle armi chimiche, sono molti atri i modi in cui tali diritti sono stati violati in Siria negli ultimi anni: lo fanno notare i numerosi report che ci arrivano sia da organizzazioni umanitarie come Amnesty International o Medici Senza Frontiere, sia direttamente dagli organi competenti all’interno dell’ONU stessa, garante per eccellenza di questi diritti. Essi parlano di bombardamenti su ospedali e zone residenziali, di stragi ad opera del governo, di stupri, di assedi e di negazione dell’assistenza umanitaria. Questo, tuttavia, non vuole essere un mero elenco cronologico dei diritti violati, quanto piuttosto una riflessione sulla quasi totale immobilità di ogni tipo di organizzazione sovranazionale nei confronti di questa catastrofe umanitaria, l’ONU su tutte. Ho usato l’aggettivo “sovranazionale” invece di “internazionale” per sottolineare come, in quanto “al di sopra delle nazioni”, dovrebbe essere in grado, almeno in situazioni di rara gravità come quella siriana, di fare sentire la propria presenza. Invece  l’eterna partita a scacchi tra USA e Russia (sebbene qui la situazione sia più complicata e coinvolga più attori) non si ferma. Non è stato possibile neanche permettere ai veicoli della croce rossa di entrare nella regione per soccorrere i civili feriti. Le immagini che il mondo ha visto arrivare da Aleppo prima e dalla Ghouta negli ultimi giorni, non sono state sufficienti: la clessidra continua a essere in bilico, e le vite umane continuano a disperdersi come granelli di sabbia.
Per farci un’idea della totale impotenza dell’ONU, basti pensare che la tregua indotta dal Consiglio di Sicurezza a fine febbraio è stata completamente ignorata. Due giorni fa, a seguito di nuovi bombardamenti, le Nazioni Unite hanno provato nuovamente a fare sentire la loro voce, senza però ottenere nessun risultato.
A dire il vero, affermare che l’ONU non abbia alcun potere è concettualmente sbagliato: il suo più grande difetto è però quello di essere, fin dalla sua fondazione, controllata dagli stati economicamente e militarmente più potenti. E’ perciò chiaro che qualora non fosse nell’interesse di queste nazioni di interrompere un conflitto, esso andrà avanti in eterno.

A testimonianza del caos vigente in Siria, nella giornata di ieri i civili di due grandi città della Ghouta hanno festosamente accolto i carri armati del governo sventolando la bandiera nazionale. Abbiamo assistito all’acclamazione dei carnefici ad opera delle vittime. La popolazione è ridotta allo stremo, non ha punti di riferimento chiari e non sa più di chi si può fidare. Avvenimenti come questo sono l’ulteriore conferma che i ribelli non hanno mai saputo proporsi come soluzione e alternativa reale ad Assad, talvolta utilizzando metodi ancora più brutali di quelli del governo.

12 Dicembre 2018

 

L’evoluzione della notizia nell’era della Post-Verità

Sarà successo anche al più disinteressato osservatore di notare come negli ultimi anni si stia assistendo ad una svolta politica di caratura globale. Soprattutto per quanto riguarda le recenti elezioni politiche dei paesi economicamente e militarmente più potenti e sviluppati, abbiamo assistito ad un modo piuttosto singolare di diffusione delle notizie. In questo senso i social media, vere e proprie realtà virtuali, hanno preso il sopravvento, confermandosi sempre più spesso come maggior fonte di informazione e di ponte per le relazioni sociali per un numero sempre maggiore di utenti.

In questo contesto, il numero stesso delle informazioni alle quali abbiamo accesso e siamo sottoposti aumenta a dismisura: è possibile infatti leggere un articolo del “Guardian”, del “New York Times” e del “Corriere della Sera” nello spazio di pochi minuti e utilizzando sempre la stessa piattaforma. Purtroppo però, la velocità e la facilità con le quali questa rivoluzione si è manifestata, non hanno dato la possibilità alla grande maggioranza degli utenti di prepararsi ad assimilarla al meglio. Mi spiego: gente che fino all’anno prima aveva accesso alle notizie solo attraverso il TG locale o il giornale cartaceo, si ritrova ora a fronteggiare una vera e propria raffica di nuove fonti di informazione che non è abituata a gestire. In questo senso, diventa praticamente impossibile riuscire a scremarle in modo tale da dare risalto solamente a quelle più affidabili. Inoltre, un altro fattore fondamentale non necessariamente positivo, riguarda la facilità di accesso all’informazione: essa sviluppa inconsciamente nell’utente una sorta di pigrizia mentale che non lo spinge a verificare la fonte della notizia, ma ad accettarla come vera a priori. Se a ciò aggiungiamo il fatto che il numero di giornali, blog e pagine si è moltiplicato e che essi non ricevono quasi nessun tipo di verifica riguardo al proprio contenuto, capiamo subito che praticamente ogni utente troverà articoli i cui contenuti si adattano al meglio alla propria ideologia politica, qualunque essa sia. Diffondendo quest’ultima, si crea una grossa circolazione di notizie che non hanno nulla a che fare con la realtà, ma sono solo lo specchio delle paure, del credo e delle idee di persone che hanno trovato in queste piattaforme una forma di espressione libera da censure. Inoltre, contrariamente a quanto accade con giornali e televisioni, la fonte stessa della notizia perde importanza.
Ciò che ne emerge, sono una miriade di non-notizie, che sarebbero del tutto innocue se non fosse per il fatto che le persone, come spiegato prima, non sono in grado di riconoscerle rispetto a quelle “vere”: basate su fatti reali e/o prodotte da esperti.

A mio avviso, questa tendenza provoca nella gente un’assimilazione effimera della notizia, che si concentra solamente sulla forza del titolo (che deve spingere le persone alla lettura). Questo tipo di ricezione, fa sì che anche le cosiddette non-notizie assumano una risonanza maggiore rispetto ad altre teoricamente più autorevoli, e che ad influenzare l’opinione del lettore sia il potenziale impatto del titolo o del contenuto dell’articolo, piuttosto che la sua veridicità o il modo in cui è sviluppato in rapporto al contesto. In altre parole, ciò che davvero conta e che fa presa sulle persone è la forza della notizia, non il fatto che essa sia vera o meno. Così facendo, grazie a questo fenomeno, ogni utente diventa libero di costruire il suo credo in base a una serie di fonti che non fanno altro che confermarlo. Poco importa la provenienza di queste ultime, sarà sempre più facile che sottoporre le proprie idee ad analisi critica.

Questo fenomeno è stato definito da molti esperti come quello della “post-verità”. Senza immaginare scenari eccessivamente disastrosi o apocalittici, è però lecito aspettarsi che l’intensificarsi di tutto ciò potrebbe avere (o forse ha già avuto?) conseguenze disastrose. Le masse (soprattutto quelle meno letterate) saranno sempre più influenzate e di conseguenza plasmate in maniera sempre più semplice. A chi obbietta affermando che ciò accade già con i mezzi di informazione tradizionali, rispondo che questo fenomeno assume tutta un’altra portata, sia a livello di influenza che a livello di proporzioni delle notizie. Un’ultima precisazione: con i giornali e le televisioni, è semplice risalire ai gestori e di conseguenza capirne l’orientamento, mentre in questo caso, come spiegato prima, scovare le fonti originali degli articoli diventa un processo più tortuoso e complesso, che in pochi sono in grado (e hanno voglia) di fare.

A dimostrazione di quanto affermato fino ad ora, proverò a portare nelle prossime settimane degli esempi di dimostrazione pratica del fenomeno della post-verità, che come vedremo, opera su molteplici livelli e al quale siamo sottoposti ogni giorno.

6 Maggio 2018

 

La nuova frontiera del Neocolonialismo: l’Estrattivismo Culturale

Quante volte vi capita di fare shopping online? Una o due volte al mese? Regolarmente tutte le settimane? E quante volte la vostra attenzione è catturata dai capi cosiddetti “etnici”? Quelli con quei motivi esotici, che rimandano ad altri tempi, altri popoli.
Anche quando abbiamo a che fare con le aziende di moda, è interessante analizzare come – spesso inconsciamente – siamo soggetti a processi di neocolonialismo. Talvolta infatti, anche la moda può essere specchio del modo in cui questo fenomeno si sviluppa e si realizza.

Sono molteplici i casi nei quali la potenza coloniale ha cercato, seguendo processi di assimilazione precisi e studiati, di annullare la popolazione sottomessa prima di tutto dal punto di vista culturale. A questo proposito, è famosa l’espressione coniata da R. H. Pratt, “kill the indian, save the man” (uccidere l’indiano, salvare l’uomo), in riferimento ai Nativi Americani. Ciononostante, l’”eliminazione” della cultura dominata non è l’unico processo messo in atto dagli stati dominanti: particolarmente rilevante in questo senso è infatti il cosiddetto “estrattivismo culturale”. Con questa espressione, si intende identificare l’atto di appropriazione di elementi tipici di una cultura da parte di un attore esterno, che la utilizza per fini personali.

Ebbene, una recente inchiesta del giornale “Intercontinental Cry” riporta che ciò è proprio quanto sta accadendo ai Tessitori Maya in Guatemala. Ma andiamo con ordine. Visitando il sito della nota azienda di moda “BCBG Max Azria”, oltre agli innumerevoli capi di abbigliamento, si trova anche una giacca, il cui design è chiaramente ispirato a dei motivi rubati alle comunità indigene Maya del Guatemala. La cultura tessile in queste comunità Maya costituisce un patrimonio di enorme valore non solo per le popolazioni stesse, ma anche per il paese e per gli indigeni in generale. Non è certamente la prima volta che una compagnia privata prende spunto da modelli sviluppati da realtà indigene. Queste ultime, partendo da una concezione dell’idea stessa di proprietà totalmente diversa da quella occidentale, sono spesso vittima di quelli che possono a tutti gli effetti essere definiti come “furti culturali”.

Vista la criticità della situazione, la “Association of Maya Weavers” (Associazione dei Tessitori Maya) è corsa ai ripari, presentando l’anno scorso una proposta di legge per la tutela di questo tipo di arte indigena. La proposta prevede la modifica di alcuni punti sulla legge per il copyright, di fatto estendendone la copertura: il punto principale prevede di riconoscere ufficialmente le nazioni indigene come proprietarie di questa forma di arte. In questo modo si otterrebbero due risultati: quello di riconoscere automaticamente ai Maya il controllo assoluto sul loro patrimonio culturale (un po’ come avviene già in Panama con gli Embera), e quello di far rientrare la nazione Maya sotto l’influenza della “Convenzione di Berna per la Protezione delle Opere Letterarie e Artistiche (1886)”. Questo provvedimento non vieterebbe assolutamente alle aziende di moda di prendere spunto dalla cultura Maya per i loro design, queste ultime dovrebbero però semplicemente riconoscere i diritti d’autore alle nazioni indigene.

Il fenomeno di estrattivismo culturale non è meno grave del cosiddetto “land-grabbing” o dell’estrattivismo ambientale. Tutte queste forme di neocolonialismo vanno infatti ad attaccare esplicitamente la legittimità culturale e non delle popolazioni indigene. Imponendo il modello occidentale, basato sull’appropriazione e sul furto, si ha come risultato ultimo la pura negazione del soggetto o, in questo caso, della collettività e della propria cultura. Raul Zibechi suggerisce che nell’era della globalizzazione, questa forma di estattivismo porta con sè inevitabilmente la negazione dell’emancipazione, sia territoriale che culturale, delle comunità indigene.
L’approvazione di questa legge costituirebbe un primo fondamentale passo per combattere questo fenomeno, creando un precedente fondamentale per altre popolazioni indigene nel mondo.

18 Luglio 2018