Massimo Ferretti

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Massimo Ferretti

Massimo Ferretti è nato nel 1968 a Pescara, dove risiede. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, ha lavorato in ambito bancario per oltre venticinque anni. Coltiva da sempre interessi in diversi ambiti artistici e in particolare, nella lettura, nel disegno e nella scrittura di testi narrativi. Il suo primo romanzo è un noir-fantastico dal titolo "Al confine"  (non pubblicato). Il secondo romanzo di recente pubblicazione è "Il segreto del salice piangente". Sul sito internet il ilmiolibro sono apparsi alcuni articoli a sua firma, nonché la pubblicazione di un mini-racconto nella sezione Storiebrevi.

       

Figli

Non è poi così presto nella mia casa. Per l’esattezza dovrei dire nella casa in cui abito, poiché essa non è mia, e non parlo solo di proprietà, di diritti, di cui mi interessa ben poco. Questi riguardano le banche, i notai, quel mondo del diritto e dell’economia in cui io stesso vivo e mi muovo ma che, quando non mi è ostile, mi è estraneo. No, parlo del fatto che questa casa, nonostante l’abiti da sette anni, non parla di me, ha poco da dire della mia presenza. Sono poche le tracce del mio passaggio: ci sono i miei libri, i miei dischi, il mio spazzolino da denti, la mia piccola porzione di armadio, il posacenere in un angolo del balcone. Ciò a cui alludo veramente è che non c’è un posto in cui, semplicemente, essere me. Parlo di sensazioni, non di spazio fisico, ed è sempre difficile spiegare delle sensazioni.

Manca un quarto alle otto, ma in casa c’è l’atmosfera dell’alba. Mia moglie dorme. Come ogni mattina la sua sveglia è suonata un quarto d’ora fa e, come ogni mattina, lei l’ha rinviata di un po’. La capisco, anche a me piace farlo. Però, io lo faccio perché dormo troppo e sono consapevole che più dormo, più fatico a svegliarmi. Spesso mi alzo dal letto e guardo la mia sagoma ancora impressa sulle lenzuola, pensando già a quando mi ci poserò nuovamente alla sera, anche se so bene che questo pensiero è dettato da stati d’animo che hanno ben poco a che fare con la stanchezza fisica. Lei, invece, lo fa perché dorme poco. Non soffre d’insonnia, bensì dell’abitudine e del piacere di fare cose in casa fino alle prime ore del mattino: cucinare un dolce, lavarsi i capelli, cucire, sfogliare volantini delle offerte speciali dei supermercati. Quando suona la sveglia, spesso sono trascorse dalle tre alle cinque ore da quando ha posato la testa sul cuscino. Mi viene in mente un film, Ladyhawke. Una coppia di amanti, vittima di un crudele incantesimo a causa del quale non potevano mai incontrarsi in sembianze umane. Di notte, quando lei era una donna, lui era un lupo; di giorno lui tornava a essere un uomo e lei si tramutava in un falco. O forse era il contrario, non ha importanza.Ecco, mia moglie e io siamo un po’ così: non ci incontriamo, le nostre vite non si incontrano. Non siamo vittime di alcun incantesimo, ma solo della disillusione e della profonda diversità che ci caratterizza. La legge secondo cui gli opposti si attraggono,io preferisco lasciarla alla fisica e alla fantasia dei pubblicitari che cercano di farci comprare qualche prodotto in più. Nelle relazioni umane, e di coppia in particolare, occorre affinità. Non identità, che significherebbe amare qualcuno solo se a propria immagine, bensì affinità, che è tutt’altra cosa. Potrei azzardarmi a definirla come un perimetro ampio e flessibile che circonda una coppia come un morbido abbraccio e all’interno del quale ciascuno dei due può muoversi nella libertà, incontrando come unico ostacolo la libertà dell’altro. Lungo di esso sono delicatamente appoggiati amore, pazienza, stima, tolleranza, rispetto, sesso. Bello, vero? Se esistesse.

È un giorno qualsiasi e sto per uscire di casa per andare a lavoro. Mi tornano in mente le parole di mio figlio, il più piccolo dei due, che nella saggezza dei suoi tre anni di vita, un giorno mi chiese perché andassi a lavorare tutti i giorni. Gli sorrisi intenerito, ma non seppi cosa dire. Spesso non c’è una risposta degna di questo nome a una domanda tanto semplice e al contempo tanto difficile. Tuttora non saprei che dire. Mi vengono in mente solo spiegazioni banali e retoriche. Vigliaccamente, lascio che sia il tempo a svelargli l’assurdità del vivere.

Entro nella loro stanza per salutarli prima di uscire, anche se dormono ancora. Loro sì che li sento miei, completamente. Sono il frutto dell’unione tra me e mia moglie ma, come ogni coppia di genitori, non ce li dividiamo; ognuno li sente come parte di sé totalmente, quasi li avesse messi al mondo da solo. La stanza è immersa nell’oscurità. Il silenzio regna, disturbato solo dal fruscio del ventilatore che rinfresca un po’ i loro corpi in questa estate torrida che non dà tregua. Il flusso d’aria, muovendosi, prima agita la sottile tenda con Topolino e Paperino, poi lambisce il crocifisso in legno che veglia su di loro, lo fa sussultare un po’ producendo un lieve battito contro il muro. I giocattoli, che di giorno si animano dell’allegria e della vitalità che i bambini gli infondono, ora giacciono immobili e silenziosi in vari angoli della stanza. La porta della cameretta è difettosa, tende a chiudersi da sola. Il tempo di compiere i pochi passi necessari a raggiungere i loro letti e sono nel buio.

I miei occhi si adattano in fretta. Pochi istanti dopo, guardando in basso, scorgo le macchie scure delle loro testoline dai folti capelli castani; in questo periodo il sole e la salsedine li hanno resi quasi biondi, facendoli somigliare a due surfisti californiani.  Non sempre le trovo al loro posto. A volte sono sul cuscino, altre dalla parte opposta, a volte in altri punti di quei piccoli letti. Con fatica mi inginocchio. La mia schiena si lamenta, mi dolgono le ginocchia, i pantaloni degli anni passati stringono impietosamente il mio addome, che non è più quello degli anni passati. È la prima fatica della giornata, ma anche l’unica che faccio volentieri.

Senza prendere le misure con precisione, accosto il mio viso al loro, prima all’uno, poi all’altro. Lambisco un orecchio, a volte una tempia, altre il collo, altre ancora una guancia e mi commuove la morbidezza e il profumo della loro pelle. Indugio su quelle carni tiepide, coperte appena da un’inconsistente peluria che non posso vedere, ma che so essere bionda. Ascolto qualche respiro, mi sincero che siano vivi; sì certo, ogni mattina esulto in cuor mio per il fatto che ci siano. Sfioro loro un braccio con il dorso della mia mano e, infine, accarezzando le loro teste, i loro pensieri, gli dico che li amo. Nella mia totale inadeguatezza io li amo. Li amo in modo carente come un essere umano può fare. Mi soffermo ancora un istante e penso, mi parlo dentro. Mi sento un matto a chiedermi certe cose, penso che nessun altro lo faccia, ma poi so che non è così. A volte mi capita di confrontarmi con altre persone e di constatare con sollievo che tutti hanno i miei stessi pensieri. Guardo i miei figli e gli chiedo, e mi chiedo: chi siete? Da dove venite? Perché siete arrivati nella mia vita? Dov’eravate prima di essere qui a chiamarmi papà? Davvero siete il frutto di quel seme che tante volte ho sparso inutilmente per provare un brivido e placare la bestia? C’è davvero Qualcuno che ha reso questo possibile? Cos’è che vi anima, vi fa parlare e ridere e provare sentimenti d’amore perfetto per me che ogni giorno vi faccio del male col mio amore imperfetto? In quale parte del vostro piccolo corpo è custodita la vita? Cos’è che vi rende vivi, come anch’io lo sono, ma mentre in me lo do per scontato, in voi mi sbalordisce ogni giorno?

Vorrei che non cresceste mai, che conservaste questa pelle morbida, le vostre voci bianche, questa soffice peluria, questo odore di bambini, la vostra immunità alla tristezza, l’incredibile capacità di perdonare la mia rabbia, di volermi bene così come sono, senza chiedervi perché vi è capitato questo padre e non uno migliore. Vorrei che per tutta la vostra vita non provaste mai dolori più grandi di quelli che oggi vi dà un giocattolo che si rompe o un gelato negato. Vorrei l’impossibile per la vostra vita, come lo vorrei per la mia. Ma sono altresì consapevole che una vita senza sofferenza vi lascerebbe sulla superficie della vita, nella dimensione orizzontale, tagliandovi fuori da quella verticale della profondità. Mi rimetto in piedi mentre le mie ginocchia implorano pietà, devo andare a lavoro. Senza sapere perché.

La (non) scelta

Scegliere nella libertà è un atto d’amore e di responsabilità, prima di tutto verso se stessi. Spesso, però, non se ne ha la forza. La conseguenza non è tanto il prezzo che si paga, quanto il fatto che lo si paga per tutta la vita.

Una mattina d’estate del 1992 Marco se ne stava seduto nella sua stanza intento a preparare un esame. Gli studi di Giurisprudenza procedevano bene, ancora un anno – mese più, mese meno – e si sarebbe laureato, entrando così a far parte a pieno titolo della pletora di disoccupati, praticanti avvocati e partecipanti a concorsi pubblici dagli esiti già noti.

La scrivania solitamente era addossata alla parete, ma da quando le giornate avevano iniziato ad allungarsi, permettendogli di studiare fino al tardo pomeriggio con il beneficio della luce naturale, aveva preso l’abitudine di ruotarla in modo che venisse a trovarsi proprio sotto la finestra. Gli piaceva leggere e, di tanto in tanto, alzare lo sguardo verso il cielo e le case di fronte colpite dal sole, soprattutto quello giallo ocra del pomeriggio. Ancora di più amava tenere la finestra aperta e sentire il garrire delle rondini. Lo faceva pensare all’estate che stava arrivando.

Nelle pause di lettura, si divertiva a cercare di indovinare quale macchina stesse passando giù in strada, soltanto ascoltandone il motore. Poi si affacciava in tutta fretta prima che svanisse e constatava – anche grazie all’orecchio musicale che aveva per dono di natura – che spesso era quella giusta.

Studiare in estate non gli pesava. Aveva sempre provato un inspiegabile compiacimento nel fare sacrifici e rinunce mentre il resto del mondo se la spassava. Immaginare i suoi coetanei che sguazzavano nel refrigerio dell’acqua di mare o che uscivano la sera e rincasavano quando il sole era quasi sorto, lo faceva sentire cresciuto, maturo, responsabile e dedito alle cosiddette cose serie, che nella sua famiglia erano sempre state le più importanti. Sarebbe stato particolarmente gratificato da uno di quei mestieri in cui si lavora a turni, di notte o nei giorni festivi. Qualcosa lo induceva a pensare che gli sarebbe piaciuto trascorrere la notte di Natale in un reparto dell’ospedale, con addosso un camice a maniche corte per via di quei termosifoni che vanno a tutto vapore; o di servizio in Questura o sulla torre di controllo dell’aeroporto. “Che fai a Capodanno?” “Niente. Lavoro, sono di turno”. Che soddisfazione! Il motivo esatto Marco non l’aveva mai capito. Forse per sentirsi utile, forse per essere un po’ compatito, forse per nutrire l’immagine che gli altri avevano di lui. Oppure, semplicemente, per avere una giustificazione ineccepibile alla sua cronica mancanza di voglia di festeggiare.

Deve essere stato un sabato poiché Giovanni, suo padre, era in casa e, fatto insolito, entrò nella sua stanza. Sicuramente lo faceva – sebbene rimanesse sulla soglia – per salutarlo quando usciva o andava a letto alla sera; sicuramente non lo aveva mai fatto per giocare, quando Marco era bambino, o per chiedergli come stesse, insomma per partecipare alla sua vita. Marco lo definiva disinteresse, mascherato da riservatezza.

Quella mattina suo padre aveva una cosa importante da dirgli. La banca in cui lavorava da quasi quarant’anni aveva previsto un esodo anticipato di quei dipendenti che avessero maturato certi requisiti: età, anzianità di servizio e così via. Lui era tra questi.

In cambio di questo abbandono prematuro del posto di lavoro, la banca offriva una somma di denaro oppure l’assunzione di un figlio. Nel 1992 otto milioni di lire – tanti gliene sarebbero spettati – avrebbero fatto comodo alla famiglia, ma erano nulla paragonati alla possibilità di offrire su di un piatto d’argento a un ragazzo di ventiquattro anni uno dei posti fissi più ambiti, se non il più ambito.

Giovanni, però, non ebbe il coraggio di schierarsi apertamente a favore dell’assunzione. Ebbe paura di sbagliare, sentì che con suo figlio aveva già sbagliato altre volte in passato: il tempo non dedicato a giocare con lui, la scelta della scuola, la poca presenza emotiva, lo scarso dialogo.

I suoi genitori lo iscrissero a ragioneria per eccessiva lungimiranza. Se dopo il diploma non avesse continuato a studiare, almeno avrebbe avuto in mano un diploma che valeva qualcosa: il pezzo di carta, come si diceva.

Sulla poca presenza emotiva e il poco dialogo, quelle poche volte che qualcuno della famiglia aveva provato timidamente a farglielo notare, Giovanni si era sempre arroccato sulla scusa che ai tempi suoi “non si usava”, vale a dire che i suoi genitori fecero la stessa cosa con lui. L’idea che qualcuno nell’albero genealogico della famiglia potesse, da un certo momento in avanti, cambiare qualcosa, non lo sfiorò mai.

La mancanza di voglia di giocare, infine, fu dovuta in parte ai quarant’anni che li dividevano, in parte alla situazione di vita di Giovanni che Marco definiva depressione cronica inconsapevole.

Da una parte, l’ultima cosa che Giovanni voleva era portarsi addosso per il resto dei suoi giorni il rimpianto di aver reso un figlio infelice per appagare il suo bisogno di certezze, di concretezza, di posto e stipendio fisso. Dall’altra, però, a lui la vita aveva insegnato che i sogni sono sì una cosa bellissima, ma vanno lasciati agli altri, perché se ce la fa uno su mille, lui e i suoi figli sarebbero sempre stati tra i novecentonovantanove che non ce l’avrebbero fatta. Questo fu il messaggio che sempre aleggiò in casa.

Quanto ai sogni di suo padre, Marco non sapeva se ne avesse mai avuti. Non glielo aveva mai chiesto – forse perché guardando il suo modo di vivere, dava per scontato che non ne avesse – né lui gliene aveva mai parlato, forse perché pensava che si sarebbe annoiato ad ascoltarlo, o si vergognava a mostrare le sue debolezze. O davvero non ne aveva.

Nonostante il lavoro in banca gli avesse permesso di tirare su una famiglia di cinque persone sempre con grande dignità, anche Giovanni aveva avuto i suoi patimenti. Sapeva bene che l’ambiente era quello di tutti i posti di lavoro, che le modalità di avanzamento nella carriera erano quelle note a tutti, insomma che c’erano diversi aspetti negativi. Ma ce n’erano anche di molto positivi: lo stipendio innanzitutto, tra i più alti della categoria impiegatizia; e poi il sabato e la domenica liberi, l’orario di lavoro che – fatte salve particolari velleità di carriera – lasciava parecchio tempo libero, i giorni di ferie e altri piccoli o grandi vantaggi che, per farla breve, avrebbero permesso a Marco di stare più bene che male.

Pur desiderando in cuor suo che non si lasciasse sfuggire l’offerta, Giovanni non disse a Marco né di accettare, né di rifiutare, ma solo di valutare con cura tutti i pro e i contro che gli aveva illustrato. “Poi decidi liberamente” concluse.

E Marco decise, ma non liberamente. Entrò in banca e dopo vent’anni è ancora là.

Il primo anno di lavoro lo svolse con il titolo di ragioniere in quanto non aveva ancora terminato l’università. Quello stesso anno fu indetto un referendum e Marco fu chiamato come scrutatore. Dall’ufficio elettorale del comune gli arrivò una cartolina che doveva compilare e rispedire, nella quale bisognava indicare il titolo di studio e la professione. Marco scrisse sulla prima riga “ragioniere” e sulla seconda “impiegato”. Questo binomio perfetto, da una parte lo fece sentire molto vicino al più famoso ragioniere d’Italia, Ugo Fantozzi; dall’altra gli mise davanti esattamente quello che mai sarebbe voluto diventare, pur non avendo idee precise su cosa fare nella vita. Chi glielo avrebbe spiegato a chi avesse letto la cartolina che l’anatroccolo-ragioniere sarebbe sparito da lì a pochi mesi per lasciare il posto al cigno-dottore in Giurisprudenza e che l’impiego era pur sempre tale, ma nell’ambita banca?

Dunque, Marco non scelse liberamente. Nessuno lo costrinse realmente ma, per come era cresciuto, non ce ne sarebbe stato bisogno. Non si sentì libero, anche di sbagliare, di rischiare, di dire no all’indiscutibile fortuna che gli stava capitando e che tanti altri ragazzi gli avrebbero invidiato. Per questa, come per altre scelte fatte nella sua vita, la volontà di Marco si conformò a quella di qualcun altro, per compiacerla, perché egli sollevasse altri dalle preoccupazioni e, in definitiva, si sentisse accettato e amato. Questo, in fondo, era il suo imperativo interiore, che proprio quella volta raggiunse la sua più alta espressione.

L’immagine che più spesso veniva alla mente di Marco e che meglio descriveva il suo stato d’animo all’interno della famiglia era quella del bambino che colora un disegno e vuole farlo come gli pare, mentre altri gli dicono che deve stare nei bordi, poiché se va fuori, il risultato è un pasticcio. Con la differenza che il disegno si può sempre rifare, mentre una scelta sbagliata, spesso, no.

È pur vero che di sogni da inseguire Marco non ne aveva mai nutriti, a eccezione di quelli che si hanno da bambini: l’astronauta, il pilota di aerei,  roba del genere. Ancora oggi Marco sente di non averne e questo lo turba profondamente, gli mette davanti l’aridità della sua fanciullezza, il tempo dei sogni, e dell’adolescenza, il tempo in cui si prova a dare a quei sogni una qualche forma.

Qualche tempo fa i due figli di Marco stavano fantasticando, con l’entusiasmo dei bambini, su cosa vorrebbero fare da grandi. Le solite cose: il pompiere, il poliziotto, il pescatore, il cantante. Oggi una cosa, domani un’altra. È bello, è giusto così.  Marco crede fermamente che i suoi figli potranno davvero fare ciò che vorranno. Ha a cuore solo che si sentano veramente liberi di scegliere chi e come essere, crescano sereni, si sentano amati unicamente per quello che sono, anzi perché sono, e che in qualunque cosa faranno metteranno passione, l’ingrediente che Marco ritiene più importante per dare gusto a una vita altrimenti insapore.

A un tratto, cogliendolo di sorpresa, i bimbi gli chiesero cosa lui avrebbe voluto fare da grande. Cosa avrebbe voluto, non cosa vorrebbe fare. Come a dire: “Papà, per te è tardi, dovevi pensarci prima. Tu non lo dici, ma si vede lontano un miglio che quello che fai non ti piace. Si sente, perché è questo che trasmetti con i tuoi occhi, con la lentezza del tuo incedere, con la pigrizia che ti attanaglia, con la sonnolenza che ti porti appresso come uno zaino pesante, con l’impazienza con cui aspetti di sapere se avanza qualcosa della cena per poterla sbranare nella speranza di riempire il vuoto, con la rabbia che lasci scorrere in casa senza controllo, con il nervosismo che non è più solo il tuo, ma anche il nostro”.

Quel giorno Marco non seppe cosa rispondere. Incrociò lo sguardo di sua moglie che pareva volesse fargli notare – se mai ce ne fosse stato bisogno – come i bimbi avessero colto nel segno. Sorrise imbarazzato e disse che non lo sapeva; poteva sembrare strano, ma non lo sapeva. Per fortuna, qualcosa sopraggiunse a distrarli e l’argomento sfumò.

Per loro, ma non per Marco.